Matthew Barney: lo spirito dionisiaco tra cine-scultura e post-umano.

Nel secolo scorso molti artisti hanno incentrato la loro ricerca, quasi in maniera ossessiva, sul corpo. Un corpo esposto, massacrato, gonfiato dagli anabolizzanti, modificato, scolpito chirurgicamente, trionfo pagano della carnalità che ha generato una mutazione antropologica della nostra specie: da produttori siamo diventati consumatori.

Una trasformazione culturale radicale e irreversibile che, dopo il primo conflitto mondiale, ci ha liberato da ghette, bustini, cappelli, redingote e dalla repressione figlia dell’età vittoriana, castigata in pubblico, molto meno in privato. Il secondo dopoguerra si spinge oltre: la pillola anticoncezionale permette il controllo di una funzione biologica, le maggiorate degli anni ’50 sono sostituite da Twiggy, modella androgina pre-anoressica con la minigonna di Mary Quant, vera e propria icona della Swinging London, per giungere alla rivendicazione politica del ruolo autonomo della donna da parte del movimento femminista che, simbolicamente, abbandona il reggiseno. La rapida diffusione dell’abbigliamento casual imposto dagli “alternativi” americani elimina definitivamente il formalismo in giacca e cravatta: la categoria dei giovani, meglio se rivoluzionari, diventa il target principale dei pubblicitari. Anche il potere si trasforma, il controllo è biopolitico, inteso come sfruttamento del lavoro, consumo e violenza, esercitato non solo culturalmente ma anche biologicamente. Il corpo entra nella dimensione che Marcuse definisce “del consumo e del consenso”; non è più “un’isola di cemento” come cantava J.G. Ballard nei suoi romanzi, ma si dilata, si espande all’esterno tramite protesi mediche, tecnologiche, e nuovi materiali come il titanio, il botox, il silicone accrescono le possibilità di mutare, e iniziamo a “colonizzare” il cyberspazio, dove migliaia di cervelli agiscono in rete. Il sogno di molti scrittori di fantascienza si è trasformato in realtà, il confine tra biologico e meccanico è stato oltrepassato, dopo le Colonne d’Ercole non c’è la tempesta perfetta di Dante, che inghiotte il sogno di Ulisse e la sua nave, ma Oscar Pistorius che corre pur avendo le gambe amputate: il post-umano è qui e ora. E’ fluido come la nostra società, dove tutto è precario e flessibile, è ibrido, una perfetta fusione fra naturale e artificiale che ha creato una nuova carne, il mutante sempre connesso, che cambia il proprio aspetto fisico come un vestito. Il corpo è diventato leggero come deve essere il corpo di un consumatore, è esso stesso oggetto di consumo:il corpo ha un valore finale, un valore di destinazione, è il fine di sé stesso e costituisce un valore in sé: in ultima analisi è autotelico. Possiamo cambiare naso, labbra, seni, linea del viso, zigomi, dimagrire con la liposuzione o con un bendaggio gastrico, possiamo essere “forever young”, possiamo decidere se essere uomo o donna. Dopo la nascita della pecora Dolly, potremmo addirittura clonare noi stessi. Se oggi il corpo è questo, l’ansia che circonda la sua cura è divenuta fonte inesauribile di profitti, ben più degli stessi prodotti di consumo: la pubblicità ci promette il soddisfacimento dei desideri, ma in realtà ne crea un numero sempre maggiore, inserendo nella mitologia quotidiana un dogma assoluto che, nella società post industriale, ha preso il posto della “salute”, condizione a cui doveva tendere il corpo nella società dei primi del Novecento: il dogma del fitness. Godere di buona salute non basta più, il nostro corpo deve essere “fit” , in forma, per ricevere emozioni e sensazioni che non sono ancora state scoperte. Il livello ideale di fitness non si raggiungerà mai, il confine si sposta continuamente in avanti. Il tuo corpo non sarà mai abbastanza in forma, e oscillerà sempre fra i due estremi che svelano le nostre contraddizioni: anoressia e bulimia. Siamo di fronte a due condizioni, il piacere del cibo e la minaccia al nostro corpo, ma il nemico ha già superato le difese, è una cellula dormiente che ci attacca nella nostra casa, un nemico sotto copertura, anch’esso mutante, che prende la nostra forma e la imita, ma agisce dall’interno, implacabile, inarrestabile: il grasso corporeo. La battaglia del fitness, la nostra battaglia, è perduta in partenza, il confine è stato violato, è in corso un’intrusione: oggi, dopo 37 anni, Alien “emerge” (this thing emerges) dallo stomaco di Kane non più come metafora del cancro, ma della nostra sconfitta contro il grasso corporeo.

Matthew Barney Drawing Restraint 5

Him

Matthew Barney, definito da Omar Kholeif (curatore della Whitechapel di Londra) “a living legend”, ha fatto di tutto per diventarlo: giocatore di football, modello, studente d’arte a Yale, chiamato a frequentare il biennio di specializzazione mentre era ancora al triennio, tesi di laurea che diventerà la sua prima mostra personale nella galleria di Barbara Gladstone, una delle più importanti di New York e del mondo. Tutto il suo percorso artistico è una vera e propria mitopoiesi, la costruzione di un mondo del tutto privato dove l’artista-mito impegna il proprio corpo in continue mutazioni, fisiche e metaboliche, alla ricerca della performance assoluta, atletica e artistica, che nel suo immaginario sono assolutamente coincidenti. Profondo conoscitore dei maestri della Body art, del Concettuale più avanzato, della scena minimalista americana e del Warhol 2.0, Jeff Koons, impone sé stesso come primo motore di un sistema dell’arte che fa propri i meccanismi del marketing, dell’informazione e dei media. Con consapevolezza post-moderna li assume in maniera critica senza farsi dominare ma sfidandoli, non solo metaforicamente, sin dai primi lavori, per raggiungere il climax (temporaneo) con il Cremaster Cycle. Divenuto modello per pagarsi l’università, dopo due semestri passa dalla facoltà di medicina a quella di Belle Arti, e trasforma il fallimento negli studi medici in una base scientifica che viene inserita nei suoi lavori. Il concetto da cui parte proviene dal suo passato d’atleta, e dalla componente narcisista insita nello sport e nella moda: i muscoli sottoposti a una resistenza diventano ipertrofici, e causano una mutazione,visibile in maniera più evidente nei corpi dei Body Builders, ma anche in quelli degli atleti professionisti. Da questa riflessione nasce il suo primo lavoro, che attira l’attenzione di tutta la facoltà: Drawing Restraint #1, disegnare sotto sforzo, un work in progress diviso in capitoli che si intervalla come un sottotesto ai progetti più grandi (siamo al #16). Il concetto è (apparentemente) semplice: si parte da uno stato chiamato Situation, energia creativa pura e cruda (a pure raw drive), la fase dell’oralità, il piacere secondo Freud, che viene sottoposta a una resistenza, una costrizione che mette questa forza in movimento (Condition), la fase dell’analità, il controllo. La Condition produce un’opera quando la forza si esaurisce (Production), la fase fallica, del potere. Questa triade è alla base di tutte le sue opere, in maniera evidente nella serie Drawing Restraint, ma anche nel Cremaster Cycle. Non basta disegnare comodamente nel proprio studio, ma questo deve diventare una (vera) palestra con tanto di attrezzi ginnici,dove l’artista disegna vincendo una serie di tensioni e forze che gli impediscono di tracciare i segni in maniera comoda, una chiara metafora del processo creativo. Tutti questi lavori sono basati su una performance fisica ripresa, secondo una prassi oggi piuttosto comune, da collaboratori che curano video e fotografie. Diversi assistenti di Barney, specialisti nel loro campo, lavorano con lui sin dagli inizi. Oltre ai disegni prodotti sotto “Condition”, Barney crea delle sculture ispirate agli oggetti o agli attrezzi ginnici usati nella performance, e per tutta la sua produzione artistica, compresa la filmografia, l’artista usa sempre la definizione di scultura. Secondo logiche tipiche del marketing, dal secondo Drawing Restraint compare quello che è un vero e proprio logo, che visualizza la triade Situation – Condition – Production, il Field Emblem. Costituito da un ellisse che ricorda un campo di football (Situation) attraversata da una sbarra, che la fascia e di fatto la mette sotto sforzo (Condition), accompagna anche i lavori che non fanno parte della serie.

The Cremaster Cycle

Lo “spaccio del corpo trionfante” continua con i cinque film del ciclo “Cremaster”, dove non solo il corpo ma tutto è scultura, edifici, spazi, architetture, costumi, scenografia, lo sguardo dello spettatore, i film stessi. Qui l’artista affronta il tema delle differenze di genere, concentrandosi sulla contrapposizione maschile – femminile, il controllo-potere del Satiro e il disordine delle Menadi, apollineo e dionisiaco che nella mitologia barneyana dovrebbero inseguirsi idealmente in un loop infinito di infinite possibilità senza raggiungere mai la fase Production. Il Field Emblem diventa un corpo ermetico, dove la potenzialità scatenata dalla costrizione rimane perennemente indifferenziata, dove sarà possibile sostituire tecnologicamente (e narcisisticamente) il corpo femminile. Il Cremaster è il muscolo che regola l’alzarsi e l’abbassarsi dei testicoli in base al caldo o al freddo; ancora una reminiscenza del passato, questa volta come studente di medicina. Secondo Barney, nelle prime sei settimane di vita il feto è indifferenziato (Situation), e potenzialmente può essere sia maschile che femminile, per cui è il muscolo cremastico che decide se le gonadi rimarranno sospese, e avremo un corpo femminile, o scenderanno e avremo un corpo maschile. Non si tratta di film d’artista secondo canoni ampiamente storicizzati, ma di veri e propri lungometraggi prodotti secondo logiche cinematografiche da kolossal, con budget via via sempre più alti. Nonostante ciò non sono distribuiti nel circuito cinematografico tradizionale, ma sono visibili solo durante mostre e eventi speciali. Tranne qualche parola in Cremaster 2, non ci sono dialoghi. Molto raffinata la soluzione di riversare i film dal supporto digitale, tipico della smaterializzazione della cultura e dell’arte contemporanea, alla pellicola. I Dvd non sono in vendita, tranne “The Order”, episodio a sé stante che fa parte di Cremaster 3. E’ possibile acquistarli nelle gallerie, in confezioni raffinatissime. L’artista (consapevolmente?) ha lasciato che siano visibili in rete le copie pirata, ovviamente di qualità non eccelsa. I cinque film non sono stati girati secondo una serie numerica progressiva, ma iniziano con il #4 e finiscono con il #3, secondo una logica a incastro che cita il sistema di sequel e prequel di saghe come “Star Wars”, e rappresentano pienamente, oltre al tema della differenza di genere, la cultura americana alta e bassa, mescolata con leggerezza postmoderna senza ordine gerarchico: football americano, corse di cavalli, Demolition derby tra auto, le Montagne Rocciose, Houdini e Budapest, Norman Mailer, l’Isola di Man e il Tourist Trophy, i serial killer mormoni e le campionesse paraolimpiche, la donna con la vita più stretta del mondo, il rodeo e il Lago Salato, la Massoneria e le leggende celtiche, in un crescendo “sinfonico” sino all’ultimo episodio, della durata di tre ore. Girato nel Chrysler Building, rappresenta visivamente la consacrazione di Matthew Barney come artista – scultura – scultore, dopo aver compiuto la scalata degli ascensori dell’edificio (già presentata in nuce ad un’edizione di Documenta), e essersi sottoposto auna prova finale: lo scontro con il (Cre)Master, lo scultore Richard Serra (anch’egli negli anni ’60 studente d’arte a Yale), che interpreta Hiram Abiff , architetto del Tempio di Salomone secondo la tradizione, del Chrysler Building nel film. La prova finale si svolge infatti nel Tempio di Salomone dell’arte contemporanea, il Solomon Guggenheim Museum di F.L.Wright a New York, dove Barney si arrampica lungo i cinque piani del museo (come i cinque episodi di Cremaster) sfidando majorette, gruppi metal, donne mutanti per arrivare all’ultimo piano dove Serra ri-esegue “Splash”, la sua celebre performance dove al piombo, simbolo della scultura “pesante”, si sostituisce la vaselina, materiale prediletto da Barney per la sua plasmabilità e “leggerezza”, soggetto al caldo e al freddo come il muscolo cremastico, e chiara citazione dell’altro (Old) Master, questa volta dell’arte Concettuale, Joseph Beyus, che usava il grasso. Beyus ha sempre rifiutato di usare materiale non organico, per Barney “tutto ciò che è artificiale è reale, tutto ciò che è reale è artificiale”.

Tullio Tidu

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