Il collezionista: Giorgio Viganò (2^ puntata)


Tullio Tidu: Ritieni che sia più influente il critico – curatore o il gallerista? E’ cambiato il ruolo di entrambi, o pensi che sia un gioco delle parti?

Giorgio Viganò: Sono entrambi importanti. L’artista cerca prima il miglior gallerista possibile e la buona galleria è frequentata dal critico e dal curatore. Il grande gallerista dona visibilità all’artista, ha un buon giro di conoscenze anche tra critici e curatori, e solitamente ha più sedi espositive e partecipa alle più importanti fiere nel mondo, che ormai sono diventate importanti quanto le più importanti manifestazioni espositive come le Biennali. L’influenza delle gallerie è visibile anche nelle partecipazioni alle Biennali e a Documenta Kassel: nelle ultime edizioni alcune gallerie importanti avevano ciascuna 7 – 8 artisti invitati a Venezia e/o Kassel. Anche i critici – curatori si lasciano influenzare, senza arrivare a pensare male. Esistono alcuni curatori curiosi e indipendenti il cui ruolo è ancora importante, ma penso che siano al massimo una mezza dozzina in tutto il mondo. Molti si lasciano condizionare e coinvolgere da questioni private o commerciali, perdendo così la bussola dell’imparzialità o almeno dell’oggettività. Il critico ritornerà importante quando avrà ancora qualcosa da dire. Negli ultimi trent’anni poco o nulla di nuovo è stato inventato a livello artistico, e allora il critico su cosa deve scrivere e filosofare? Su un’arte tutta omologata o di effetto immediato? O su lavori che non hanno un minimo di retroterra culturale e di dibattito su cosa sia arte oggi, o quale sia la funzione o il fine dell’arte? Per me grandi artisti producono grandi critici (o viceversa?).

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Hanno più fiuto i galleristi o i critici, secondo te? Oppure i collezionisti…

Dipende. Alcuni artisti vengono scoperti da galleristi, altri da critici e curatori. Occorre frequentare gli studi degli artisti e le mostre negli spazi “alternativi” e no-profit. Spesso lì germoglia qualcosa. Molti artisti hanno compiuto i primi passi esponendo in collettive in spazi occupati, mostre di fine corso, inviti in scantinati (a Milano fino a qualche anno fa c’era la Stecca degli Artigiani ad esempio. Oppure ancora in funzione la Marsellerie (ora chiusa, NDR) e Assab-One, anche se quest’ultimo ha molto diradato la programmazione). I collezionisti vengono comunque dopo, prima qualcuno ha già avuto il coraggio e la determinazione di invitarli ad esporre.

Un tempo c’erano i critici d’arte, oggi i curatori, domani?

Sta nascendo una nuova figura di critico – curatore – manager. Forse è l’evoluzione della “specie”.

Mi piacerebbe che parlassi più approfonditamente di Achille Bonito Oliva. Figura centrale per l’arte italiana negli anni ’80, talmente conosciuto da divenire un acronimo (ABO), forse ha rappresentato il passaggio tra critico d’arte e curatore, in grado di riportare in auge la pittura italiana dopo due decenni di concettuale.

Non ho conosciuto in maniera approfondita ABO. L’ho incontrato qualche volta a metà degli anni ’90 alla Galleria Continua a S.Gimignano, e da Mazzoli a Modena. Saltuariamente a qualche inaugurazione a Milano. E’ stato (parlandone da vivo) una importante figura per l’arte contemporanea all’inizio degli anni ’80, con lo sdoganamento della pittura e della figurazione (in Italia con la Transavanguardia, cui seguirono i “selvaggi” tedeschi, David Salle e J. Schnabel negli Usa e Barcelò in Spagna), dopo tanto azzeramento della pittura in favore del concettuale e del minimalismo. In realtà non era stata mai abbandonata (vedi Schifano in Italia), e altri tornarono dal concettuale alla pittura prima dei transavanguardisti (vedi Salvo), ma il gruppo servì soprattutto per esibire e promuovere a livello internazionale gli omologhi tedeschi e americani… Figura poliedrica, critico, curatore e anche professore, trovò terreno fertile con la sua narrazione visionaria e il suo camaleontismo istrionico. Anche lui nasce come aspirante artista…

Di lui ricordo la leggerezza con cui passava da un libro straordinario come “L’ideologia del traditore” al “Maurizio Costanzo show”, dove sfidava gli stilisti ad un confronto fra arte e moda, e la lite con Bonami per la mostra “Italics” a Palazzo Grassi.

Sue alcune geniali intuizioni, come Aperto alla Biennale di Venezia,”Italian Metamorphosis”, installazioni natalizie a piazza del Plebiscito a Napoli, la mostra al garage di Villa Borghese a Roma e ultimamente le Stazioni d’artista della metropolitana a Napoli. Poi le polemiche fanno parte dei personaggi (l’importante è che se ne parli e che si parli male dei “colleghi-concorrenti”). Spesso è un gioco delle parti, e anche una differente visione dell’arte. Importanti anche le sue trasmissioni sull’arte contemporanea su RAI 3.

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Vuoi dare un tuo parere sulla carriera di Celant?

Germano Celant ha avuto l’intuizione relativa all’Arte povera, anche se poi lo screening degli artisti lo hanno fatto gli artisti stessi (in primis Kounellis – fidati – notizie di prima fonte). Poi qualche altra cosa, una Biennale dove non ha rischiato nulla (il titolo poteva essere: “Il museo che vorrei”). E’ un uomo di potere: piazzò Ida Gianelli (brava, comunque) alla direzione del castello di Rivoli, che divenne il museo dell’Arte povera, e altri personaggi in posizioni strategiche, ritagliandoli un ruolo falsamente marginale e defilato. Si è fatto profumatamente pagare anche per il catalogo ragionato di Mimmo Rotella… A suo favore, conosce benissimo la storia dell’arte contemporanea degli ultimi 50 anni e si avvale di uno staff con elementi eccezionali.

Da poco pensavo a Francesca Alinovi, giovane, promettente e sfortunata (avevo acquistato “L’arte mia” appena uscì): oggi abbiamo la “dittatura” del curatore, ma anche a quel tempo il critico poteva dare inizio a una carriera o stroncarla. Da studente i miei punti di riferimento erano Renato Barilli (maestro della Alinovi), Filiberto Menna, Enrico Crispolti, oltre ad ABO e Celant di cui abbiamo già parlato. Com’erano, li hai conosciuti?

Come dicevo conosco, anche se abbastanza superficialmente, solo ABO e Celant. Di Filiberto Menna me ne ha ampiamente parlato Pino Pinelli, Renato Barilli sarà forse un buon docente, ma come curatore non ha intuito quasi nulla (a parte alcuni dei Nuovi Nuovi, Salvo, Ontani e poco più). La Alinovi è stata uccisa ancora giovane e forse avrebbe lanciato la street art italiana con 25 anni di anticipo. Aveva delle buone potenzialità, ma era tutto da verificare nel corso del tempo. ABO e Celant resistono perché, anche se etichettati per una stagione (Transavanguardia e Arte povera) hanno comunque occhio, in generale, sull’arte contemporanea e riescono a leggere e interpretare anche sviluppi recenti. Molti si fermano alla loro generazione o ad un periodo piuttosto limitato temporalmente, oppure limitato spazialmente (Italia, Europa…).

I collettivi curatoriali come “Cattelan, Gioni, Subotnik” (sembra il nome di un supergruppo rock degli anni ’70), tra Wrong Gallery e Biennale di Berlino, o i torinesi Treti Galaxie di Matteo Mottin e Ramona Ponzini, con artisti e curatori che collaborano alla pari, possono rappresentare un modello per gli anni a venire?

I collettivi (Wrong Gallery, ecc…) sono tutti a… tempo! Funzionano nel breve o, al massimo, nel medio periodo. Poi il curatore torna a fare il curatore, l’artista l’artista, ecc… E chi non è né carne né pesce si trova fuori! All’inizio c’è l’entusiasmo per la cosa nuova, diversa, sconosciuta, e di solito le sfide appassionano. Poi ti accorgi che devi contemperare le esigenze di troppe persone, magari arrivare a compromessi (sia all’interno del gruppo che all’esterno), occuparti di problemi logistici e organizzativi che ti “mangiano” tempo e energie preziose, e arrivare ad un risultato che talvolta non ti soddisfa pienamente. Vorresti fare di più e magari anche qualcosa di diverso, ma forse qualcuno frena, ha dei dubbi, non è d’accordo, ecc… Allora senti rinascere la voglia di libertà, di operare da solo, di riconquistare l’indipendenza perduta. Solitamente queste unioni non durano più di qualche anno, anche perché con il trascorrere del tempo perdono la loro forza propulsiva e innovativa. Taluni resistono di più, ma solo perché non si accorgono che non hanno più nulla da dire!

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E’ possibile che un artista possa piacere a un curatore e a un altro no? Ci sono differenze rispetto al periodo in cui il curatore era solo un “critico”?

Più di una volta ho sentito pareri molto contrastanti da parte di curatori sul medesimo artista. Ultimamente, ad esempio, su Gian Maria Tosatti (lavora con Lia Rumma): osannato da alcuni, aborrito da altri, ma potrei farti anche altri nomi. Certo oggi il curatore ha più “potere”: allestisce mostre, invita gli artisti, scrive i testi. Una volta c’era una mostra con…, testo critico di… (ma gli artisti, le opere, il tema della mostra, li decideva il gallerista, il direttore di museo, ecc…)

Un curatore che stimi? Puoi fare anche più di un nome.

Per quanto riguarda gli italiani Giacinto Di Pietrantonio; Alessandro Rabottini; Roberto Pinto; Emanuela De Cecco; Luca Massimo Barbero e il collettivo di Peep Hole. Per gli stranieri il compito è molto più difficile, non avendo ahimè una sufficiente conoscenza complessiva.

A proposito di Giacinto Di Pietrantonio: dopo i 17 anni della sua direzione della GAMeC, è arrivato Lorenzo Giusti, nella città dove l’Accademia Carrara di Belle Arti è diretta da Alessandra Pioselli. Cosa ti aspetti da questo connubio di curatori di ultima (ormai penultima) generazione?

Mi dispiace solamente che se ne sia andato (per dirigere Miart) Alessandro Rabottini. Con la Pioselli e Lorenzo Giusti potevano costituire un team abbastanza giovane, innovativo e propositivo. La GAMeC è un luogo non facile: vicino a Milano (30/35 Km), deve proporre un programma autonomo, propositivo e… alternativo, culturale ma non solo di nicchia, e di qualità. Deve sempre proclamare una sua precisa individualità e alterità rispetto a Milano, riuscendo a coinvolgere nel suo programma espositivo anche gli appassionati di Milano, senza replicare inutili doppioni, e dovendo fare concorrenza a luoghi che spesso hanno budget nettamente superiori. Molte mostre Giacinto è riuscito a organizzarle perché conosceva direttamente gli artisti, i collezionisti (ad es. Tullio Leggeri di Alt) e gli eredi (bellissima la mostra “Tutto” su Boetti). Chissà se Lorenzo Giusti sarà altrettanto bravo; le prime mostre che ha curato parrebbero confermarlo.

Vuoi fare un bilancio della direzione di Giacinto Di Pietrantonio alla GAMeC di Bergamo? Che qualità bisogna avere, oltre ad una straordinaria competenza sull’arte d’oggi, per dirigere così a lungo un’istituzione del genere?

Direi un bilancio molto positivo! E’ riuscito a dare una precisa identità ad uno spazio che prima vivacchiava con esposizioni scontate, oppure riprese da altri musei. Il suo grande pregio è quello di aver prodotto diverse mostre, forse di nicchia, molto interessanti e soprattutto di artisti poco visti o poco conosciuti in Italia. Altro grande merito quello di aver ideato al piano terreno una Project Room, e averla lasciata gestire a giovani curatori che spesso hanno invitato giovani artisti, per lo più stranieri e alla loro prima personale in un museo italiano. Ottima anche la collaborazione con i grandi galleristi del nord Italia (De Carlo; Minini; Lo Scudo; Lia Rumma; ma anche Continua e Artiaco) e il coinvolgimento di importanti collezionisti (il già citato Tullio Leggeri, Giorgio Fasol; AGI Verona; Radici, ecc…). Giacinto e’ stato un critico militante e giramondo, sempre curioso e attento. Penso che la sua competenza e la sua modestia lo abbiano favorito nel rimanere così a lungo alla guida della GAMeC.

Ti piace Milovan Farronato, prossimo curatore del Padiglione Italia della Biennale 2019?

Conosco Milovan Farronato da oltre 10 anni, per la sua attività per Via Farini e Care/of. Penso che porterà qualche novità e senza dubbio una visione “diversa” e qualche sorpresa per quanto riguarda gli artisti. Scelta abbastanza coraggiosa, anche se io avrei scelto Antonia Alampi, curatrice che attualmente lavora al Cairo (conosciuta ad un workshop di giovani curatori alla Gamec di Bergamo alcuni anni fa). Altra scelta, più istituzionale ma con esperienza internazionale, Andrea Bellini.