Il collezionista: Giorgio Viganò (3^ Puntata)

Tullio Tidu: Il rapporto con gli artisti è mutato rispetto a quando hai iniziato la tua collezione?

Giorgio Viganò: Penso di sì. All’inizio ero molto giovane e mi accontentavo di “origliare” i colloqui tra i collezionisti e gli artisti: partecipavo per interposta persona e intanto imparavo. Nel corso del tempo i rapporti si sono “democraticizzati” ed è diventato molto più semplice colloquiare con gli artisti (complici anche le cene post-inaugurazione e gli incontri alle fiere). Comunque gli artisti seri, nonostante un rapporto di conoscenza, non tentano di venderti i lavori scavalcando il loro gallerista, che è colui che li sostiene e mantiene nel tempo.

C’è un artista con il quale hai avuto un rapporto speciale?

Ho frequentato nel corso del tempo diversi artisti: per alcuni anni con Mario Merz siamo andati in una sala d’essai quasi tutte le sere; tornando a casa a piedi si parlava soprattutto di cinema. Con Dadamaino ho avuto anche un rapporto “professionale” ultra ventennale e, negli ultimi anni, abbiamo iniziato insieme l’archiviazione delle sue opere. Frequento abbastanza continuamente Pino Pinelli, saltuariamente Gilberto Zorio e tutta una serie di giovani artisti che si incontrano spesso ai vernissage nelle gallerie di Milano. Considera inoltre che in Sardegna negli ultimi anni ho ospitato una ventina di artisti: da Diego Perrone a Simone Berti, da Ettore Favini a Flavio Favelli, e poi Jorge Orta, Luca Trevisani, Simeone Crispino, Silvia Hell, Domenico Mancini, Italo Zuffi, Andrea Bruciati, Dacia Manto, Margherita Morgantin, Enrica Borghi, Stefano Arienti ecc.. Con alcuni di essi ci vediamo di tanto in tanto anche a Milano.

E’ possibile che un artista di qualità non venga scoperto, o non raggiunga il successo che meriterebbe? Viceversa, un artista mediocre può ottenere riconoscimenti importanti, o comunque essere sopravvalutato?

Capita spesso, ed è sempre capitato, che alcuni grandi artisti non vengano scoperti, a volte anche dopo decenni dalla loro scomparsa. Comunque, se vengono scoperti o riscoperti, è perché qualcuno li ha collezionati o comunque custoditi. Altresì, e lo vediamo tutti i giorni, molti artisti sono pompati dai loro galleristi o dal mercato in generale. Non lasceranno traccia nei libri di storia dell’arte, ma intanto si fa business. E questo succede sia nel mercato italiano che in quello internazionale. Ci sono anche artisti che, ad una prima fase creativa ed interessante (di durata magari solo di qualche anno), fanno seguire decenni di nulla assoluto (mi viene in mente Julian Schnabel ad esempio), ma continuano ad essere supportati dal loro gallerista e dal sistema dell’arte, perché per molti è stato un investimento finanziario. Ma a lungo andare si accorgeranno… Molti artisti americani sono sopravvalutati, perché il sistema americano dell’arte e’ molto forte. Anche qui sta cambiando tutto e nei prossimi anni bisognerà guardare Cina, India e Africa: il futuro dell’arte è in gestazione da quelle parti.

C’è un artista (non è necessario farne il nome) che hai acquistato quando era poco conosciuto, e ha mantenuto le promesse degli esordi?

Sono diversi gli artisti che ho acquistato o all’inizio di carriera, o comunque quando non erano ancora consacrati dal mercato globalizzato. Nel 1984 comprai il primo “arazzetto” di Boetti (sei lettere) a quattrocentocinquantamila lire. Comprai una “Turbina” di Arienti alla sua prima o seconda mostra a poco più. La stessa “Linea” di Piero Manzoni la acquistai agli inizi degli anni ’90, quando Manzoni era pressoché dimenticato, al costo di un artista semi-esordiente di oggi. E potrei continuare con la Kusama, James Lee Byars, Joseph Kosuth e altri (forse più su grandi artisti dimenticati che esordienti). I giovani artisti talvolta costano più di alcuni grandi o significativi artisti accantonati dal mercato, che hanno lasciato un segno nell’arte almeno del loro periodo. Dall’altro lato ci sono artisti mediocri che vengono osannati dal mercato perché spinti da gallerie importanti, con sedi in tutto il mondo o contemporaneamente da diverse gallerie. Ho “perso” l’opportunità di acquisire alcuni giovani interessanti, perché a mio giudizio costavano già troppo, e con l’equivalente si acquistava di meglio, oppure erano disponibili lavori di artisti con un curriculum più significativo.

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Per un artista oggi è più difficile affermarsi rispetto a venti, trenta anni fa? Che qualità deve avere per emergere e mantenere la creatività degli esordi?

Tutte le epoche hanno le loro opportunità e difficoltà. Oggi siamo bombardati dalle immagini e dalle informazioni. Siamo circondati da fiere e Biennali proliferate in tutto il mondo. Trenta anni fa c’era Venezia e Documenta Kassel: quindi le opportunità erano estremamente ridotte. Oggi una Biennale non si nega a nessuno! Occorre dunque saper distinguere quali sono le manifestazioni “giuste” e chi è il curatore: una Biennale curata da Szeemann vale mille volte quella di Sgarbi o quella dei due Beatrice. Lo stesso padiglione Italia in alcune occasioni ha ospitato due/tre artisti, altre volte fino a trenta. Ovviamente la selezione è differente e anche la qualità. Oggi, come sempre, l’artista deve avere qualcosa da comunicare e deve trovare un suo linguaggio, adatto al messaggio che vuole trasmettere. Deve perseverare, non cercare facili scorciatoie, non farsi prendere la mano magari da un momentaneo successo, controllare la produzione e fare uscire dallo studio sempre e solo lavori di qualità. Meglio far aspettare galleristi e collezionisti che inondare il mercato di lavori mediocri: è l’errore che hanno fatto gli esponenti della Transavanguardia, che negli anni ’80 vendevano i loro lavori a centinaia di milioni di lire, e oggi si sognano quelle quotazioni perché il mercato è inflazionato (anche i corniciai hanno qualche disegno e pastello di Chia!). Le difficoltà di un artista per affermarsi forse oggi dipendono dalla concorrenza a livello mondiale (c’è un’inflazione di artisti) e dalla impazienza di “arrivare” e arrivare in fretta. Fino a quarant’anni fa un artista difficilmente arrivava al successo prima dei 60/70 anni, e dopo tanta tanta “gavetta”. Oggi tutti vogliono arrivare presto, quasi subito e possibilmente entro i quarant’anni. Ma dopo pochi anni, hanno alle spalle i nuovi quarantenni che spingono per buttarli giù dalla torre. E comunque una formula magica per avere e/o mantenere la creatività giovanile di un artista non esiste. Ogni percorso e’ differente e personale. Poi capitano le opportunità: talvolta vengono sfruttate in modo eccellente (la partecipazione ad una Biennale di Venezia con un’opera particolarmente riuscita) talaltra vengono “bruciate” con un lavoro mediocre o mal collocato.

Oggi c’è competizione tra gli artisti, con dualismi simili a quelli raccontati da Vasari?

Si, c’è competizione fra gli artisti, ma la storia dell’arte si svolge talmente su tante platee differenti e distanti, che è una competizione fondata sui numeri (quante mostre all’anno, quanti cataloghi, quante opere vendute in asta, quante gallerie ti rappresentano, quante partecipazioni alle biennali, ecc…). Al tempo del Vasari la competizione era quasi “fisica”, gli artisti frequentavano gli stessi ambienti, spesso crescendo nello stesso territorio, con gli stessi committenti, e dovendo magari affrescare le pareti dello stesso palazzo e chiesa. Il confronto era già nei fatti.

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Perché le artiste sono sostanzialmente in numero minore, e spesso meno note rispetto ai colleghi uomini, perlomeno in Italia?

Le artiste sono in numero minore perché questa è la storia dell’umanità, e del lento affrancamento dal semplice ruolo femminile cui la società e la religione hanno sempre relegato le donne (moglie, amante, madre, cuoca, serva ecc…). Solo nell’800 inizia la lenta marcia di emancipazione. Nei primi 1.800 anni le artiste, poetesse, scrittrici donna si contano sulle dita di una mano. Anche il diritto al voto e’ stato acquisito nel ‘900, e in alcuni casi addirittura dopo la Seconda guerra mondiale. E mi riferisco a quelle che consideriamo democrazie evolute ed occidentali! Figurarsi poi… fare l’artista!!! E’ solo dal 2018 che le donne in Arabia Saudita possono guidare le automobili! Un grande impulso all’irrompere delle donne nel mondo dell’arte e’ stato dato negli anni ’60 del secolo scorso dai movimenti femministi, soprattutto nelle società anglosassoni. In Italia fino agli anni ’60 le artiste donne venivano poco considerate, perché erano anche pochissime e spesso mogli e/o compagne di artisti uomini più noti. Le personalità indipendenti hanno fatto molta fatica ad imporsi e spesso troppo tardi: pensa solo a Maria Lai e Carol Rama, o Dadamaino. Altre più “famose” (non più brave) erano mogli di Sanfilippo (Carla Accardi), Parise (Giosetta Fioroni) e Merz (Marisa).

Ritieni che gli stilisti si possano considerare “artisti”?

Alcuni stilisti e creatori di moda sono senza alcun dubbio dei validi artisti. Alcuni di loro sono anche usciti dalle Accademie. Mi ricordo tanti anni fa una bellissima mostra di abiti da sera di Capucci al Teatro Farnese al Palazzo della Pilotta a Parma: i suoi abiti sulle gradinate di questo fantastico teatro in legno (al primo piano) erano pure sculture futuriste! Non tutti sono artisti e anche gli artisti quando sono pressati dai tempi delle collezioni da presentare (più volte all’anno e con almeno 50/60 nuovi capi ad ogni occasione) cadono nella routine e nel produrre per produrre. Creare è tutt’altra cosa. Ogni tanto hanno ancora qualche colpo di coda, ma i più creativi restano i giovani non ancora completamente affermati (le loro creazioni sono le più rivoluzionarie), perché non ancora pressati dalle esigenze del mercato, dalle scadenze così ravvicinate e dal fatto di non “sbagliare la collezione”, altrimenti ne risente il fatturato e/o il titolo quotato in borsa. Così si copiano un po’ tutti!

Un giudizio su Damien Hirst.

Ho visto la mostra di Damien Hirst a Venezia nel 2017, in due giorni differenti (Treaseures of the wreck of the unbelieveble, ndr). Prima Palazzo Grassi, il dì seguente alla Punta della Dogana. Palazzo Grassi: bocciato! Alla Dogana, forse perché avevo metabolizzato Palazzo Grassi, mi è quasi “piaciuto”: nel senso che ho apprezzato la sua “provocazione” e lo strafare e presentare tutto. Non è una mostra, è una iper-produzione bulimica di oggetti che possono anche essere artistici, una esposizione prodotta da artigiani con alle spalle una accorta regia e la forza delle risorse di Pinault. Senza quest’ultimo pochi artisti sarebbero in grado di produrre una simile quantità di oggetti con materiali preziosi (oro, argento, bronzo, ametista, malachite, rubini, smeraldi, ecc. ecc.). Le sedi in questo caso sono elementi essenziali del marketing, per poi allocare (con profitto) le opere presso musei e collezionisti danarosi. Non sempre è facile dopo trent’anni di carriera, ma almeno dieci di silenzio, essere sempre sulla cresta dell’onda. Ma ci sono artisti che, spesso in silenzio, riescono a portare avanti in maniera più che dignitosa la loro carriera. Poi può venire l’acuto; chi ricerca sempre e comunque il do di petto, può anche steccare e allora inizieranno ad arrivare i fischi. È’ un kolossal che andrà metabolizzato da parte di tutti: artista, pubblico, collezionisti e poi vedremo cosa resterà. Per assurdo potrebbe aver segnato l’inizio di una nuova tendenza. Dopo averla vista ho parlato con diversi artisti più o meno giovani. A tutti la mostra è piaciuta per la sua totale follia ed eccessività. Per molti di loro diventerà un modello di riferimento da imitare. O forse è il sogno (represso) di ogni artista (o la massima aspirazione, non mai… realizzabile, ma solo raggiungibile in una realtà onirica).

Quali sono le strategie che un giovane artista deve mettere in atto per emergere?

Curare il suo lavoro che, ovviamente , deve cercare di comunicare qualcosa ,anche di vecchio, in maniera innovativa ovvero da un differente e non consueto punto di vista. Legarsi ad uno o due galleristi, scelti con cura, che abbiano almeno una visibilità nazionale e che partecipino ad alcune delle fiere più importanti in Italia e magari anche a qualcuna all’estero. Non vendere mai in studio ad amici o conoscenti opere a prezzi sviliti e, possibilmente, indirizzarli verso il/i galleristi. Studiare e concordare con il/i galleristi un percorso di crescita anche espositiva, cercando di inserirsi anche in collettive, sempre con artisti più bravi e famosi (mai con artisti peggiori o sconosciuti), privilegiando gli spazi pubblici e le mostre con la pubblicazione di un catalogo. Attraverso il gallerista proporsi ad altre gallerie, dislocate su un territorio scoperto, oppure straniere (magari proponendo alla galleria estera uno scambio di mostre e di artisti). Cercare qualche critico e/o curatore che segua il suo lavoro e scriva su di lui, anche con brevi testi per le mostre in galleria.

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Quali sono gli errori da evitare?

Evitare di fermarsi alla prima galleria di provincia, che espone solo artisti locali e che non aspira a grandi ambizioni. Insistere presso quelle 15/20 gallerie italiane di importanza nazionale, anche solo per partecipare a delle collettive. Meglio qualche collettiva in una grande galleria che tante personali in gallerie “anonime”. Non vendere direttamente le opere (deve fare l’artista non il gallerista di se stesso), programmare le mostre quando si ha un numero sufficiente di lavori dignitosi da esporre, discutere e dialogare con il gallerista e il curatore sia dei lavori che della mostra. Accettare i consigli di artisti più anziani e soprattutto ascoltare le loro esperienze e chiedere loro notizie sulla affidabilità, serietà, onestà della galleria con cui si intende lavorare. Non lasciare nulla al caso. Affidare i lavori ad un gallerista dietro rilascio di una precisa ricevuta circa il deposito in conto vendita, con i prezzi di vendita e il periodo di affido, monitorare l’andamento dell’affido. Non spargere e dissipare però il proprio lavoro fra una pluralità di gallerie. Poche ma buone!

Queste strategie valgono anche per artisti già affermati, o c’è una diversa modalità per mantenere il proprio status e aumentare il valore delle proprie opere (e rendere felici collezionisti e galleristi che hanno creduto in te)?

Per gli artisti già di un certo livello, peso e storia, la carriera in parte viene studiata e programmata con i galleristi: i bravi artisti hanno alle spalle i galleristi migliori e potenti, che hanno spesso ottimi rapporti con curatori e direttori di musei e di grandi eventi. Hanno anche grandi possibilità economiche per produrre determinate mostre e lavori. Spesso avendo più sedi, riescono comunque ad organizzare una personale all’anno (più o meno) nelle varie sedi , oltre a collettive e a mostre collaterali dei grandi eventi, quando non sono invitati alle mostre principali. Vedi ad esempio a Venezia 2017 “Glasstress” a palazzo Franchetti, con diversi artisti della Continua, e di altre importanti gallerie, e al Fondaco dei Tedeschi sempre a Venezia l’installazione di Loris Cecchini che dura ben oltre la Biennale. Così nel 2015 a San Giorgio installazione di Kapoor (Continua), nell’ultima edizione Pistoletto (Continua), sempre Cecchini a “Glasstress” (evento collaterale alla Biennale) nel 2011 e nel 2013. Nelle stesse date presenti anche Lucy+Jorge Orta (Continua). Dopo quella data gli Orta hanno interrotto i rapporti con la Continua e non sono più stati invitati.

Hai qualche consiglio per i giovani artisti di talento che vivono in zone periferiche, come ad esempio la Sardegna?

La zona periferica può essere un privilegio per produrre in tranquillità, ma per il resto è un grosso handicap. Il giovane artista deve frequentare le mostre dei suoi coetanei, vedere cosa bolle in pentola, analizzare le tecniche che vengono usate, insomma in qualche modo… partecipare al dibattito. Il grande centro gli dà anche l’opportunità di visitare le grandi mostre e comunque delle occasioni che il luogo decentrato o isolato non può assolutamente offrire. Inoltre la grande città è meglio collegata con altre grandi città (aerei, treni veloci, rete autostradale, ecc..) e vedere le mostre e partecipare dal vivo non è assolutamente come vederle dal web!!

Sabrina Mezzaqui_Excercise books_1998-99_opera completa

Tano Festa, in un documentario trasmesso dalla RAI molti anni fa, diceva che l’Italia, avendo perso la guerra, non poteva competere con gli americani, e anche gli artisti italiani, seppur bravi, erano penalizzati da quella sconfitta. Ritieni che ci sia una (o più) corrente artistica (soprattutto italiana) particolarmente sottovalutata dal mercato e dai collezionisti?

Tano Festa riduceva tutto alla guerra. È un avvenimento importante, ma gli effetti sono stati enfatizzati da un mercato che negli USA era già plasmato, e in Europa (non solo in Italia) era inesistente. Anche perché noi (e i tedeschi ad esempio) avevamo le città da ricostruire e senza il piano Marshall chissà dove saremmo ancora oggi! Quando nascono e crescono delle forti personalità (Burri, Fontana, Manzoni e più tardi l’arte povera) anche gli USA si adeguano, seppur con qualche resistenza. Ma quelli bravi, sono bravi… Anche se loro di solito (gli americani) ci mettono un bel po’ ad ammetterlo! I grandi sono stati tutti ampiamente riscoperti, restano alcuni outsider, che comunque costituiranno solamente una operazione di mercato. Come Scheggi, Fioroni, Mambor, ecc… e dopo la pittura analitica, il mercato riscoprirà la transavanguardia. L’unico dimenticato degno di nota è Ettore Colla, ma ha prodotto poco e deve scontrarsi con un gigante quale David Smith !

Hai conosciuto di persona Alighiero Boetti e Mario Schifano?

Ho conosciuto tardi Boetti, poi per un po’ ho frequentato il figlio Matteo, ma niente di più. Schifano l’ho visto solo una volta e non ci ho neppure parlato, tanto era circondato da una corte di buffoni, nani e ballerine!!! È’ sempre stato un pò una star…

Ti piace la Body art?

Mi piace quando ha qualcosa da dire. “Balkan Baroque” della Abramovic ho avuto la fortuna di vederla nei giorni dell’inaugurazione della Biennale. Rivista dopo due mesi, senza l’artista, aveva perso molto della sua potenza.

Un performer che ti ha particolarmente impressionato?

Maloberti al Maxxi di Roma, e Alex Cecchetti in una vecchia performance a Milano.

Cosa pensi di Anish Kapoor?

Conosco Anish Kapoor perché l’ho incontrato casualmente al museo di Volterra mentre allestiva, con l’aiuto di Massimo Minini, una sua opera per una edizione di “Arte all’arte”. Opera in alabastro, stupenda! La richiesta di Minini all’epoca fu di 45 milioni, che a metà anni ‘90 erano tanti soldi e Kapoor un artista pressoché sconosciuto. Però l’opera mi impressionò parecchio.

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Ti sei pentito di non aver acquistato Kapoor?

Sai, nella vita occorre fare delle scelte. Come ho detto prima, il rammarico fu con “La ballata di Trotzy” di Cattelan. Ma con la stessa quantità di risorse per l’opera di Kapoor, comperai Castellani, Pistoletto e Manzoni. Tutte opere uniche!

Un movimento, una corrente, un artista che, nonostante il successo e i riconoscimenti, non ti piace proprio?

Jeff Koons.

Non acquisteresti Koons nemmeno come investimento?

No, anche perché ai prezzi attuali non lo considero un investimento, ma un artista americano sopravvalutato come tanta arte made in USA. Fra 15/20 anni i players saranno cinesi e indiani, e gran parte dell’attuale arte contemporanea occidentale sarà dimenticata o comunque marginale. Questa ovviamente è una opinione strettamente personale.

Un tempo il processo creativo avveniva nello studio. Oggi tra mostre, residenze all’estero, progetti speciali, eventi di varia natura, gli artisti sono sempre in movimento, e la produzione artistica tende a realizzarsi fuori dalle tradizionali “botteghe”. Ti piace questa nuova realtà, o preferivi il classico lavoro in studio?

Già gli impressionisti uscirono dallo studio per dipingere en plein air. Van Gogh si trasferì nel sud della Francia per la luce. Gauguin addirittura andò in Polinesia. Era forse più un viaggio all’epoca andare in Polinesia che oggi, con le low cost, spostarsi in Europa e anche fuori, in giro per il mondo. Penso che sia un “bisogno” ormai insito nella mentalità e nella voglia di fare e di conoscere degli artisti, quella di andare a conoscere e interagire con realtà altre e/o comunque differenti, con modi di essere, culture, climi e tradizioni talvolta addirittura agli antipodi (penso al fascino che emana l’Islanda e alla quantità di artisti che attrae per brevi o lunghi periodi).

Qualità e limiti (se li hanno) delle residenze d’artista?

Sono sempre interessanti, per il semplice fatto che comunque frequenti per un certo periodo un nuovo territorio, con una sua cultura, lingua, tradizione. Poi ci sono quelle più interessanti per via della location (Ny è meglio di Milano – chiedere ad Alessandro Biggio della sua esperienza a Vienna durata due mesi…), degli incontri organizzati nel periodo di residenza, nei contatti e negli studi visitati, o se esiste un lavoro o una mostra da esibire a fine residenza, quali critici e curatori ti fanno visita, che occasioni hai di visitare mostre nei musei pubblici e nelle gallerie private…

Cosa pensi delle coppie di artisti?

I vecchi collezionisti mi hanno sempre consigliato di non collezionare le coppie di artisti. Spesso infatti sono anche coppie di fatto nella vita privata. E quando per questioni private si sfalda la coppia civile, spessissimo (quasi sempre) ne risente o addirittura si sfalda anche il sodalizio artistico. Sovente gli artisti prendono strade separate, alcuni si ritirano addirittura dalla vita artistica, individualmente pochissimi riescono a emergere e/o a mantenersi attivi a certi livelli (Marina Abramovich). Pochi sono coloro che , nonostante il “divorzio civile”, continuano il sodalizio artistico di coppia (Vedovamazzei, ad esempio), essendo perfettamente consapevoli che singolarmente non avrebbero alcuna prospettiva artistica. Le eccezioni negli ultimi 30/40 anni sono pochissime.

Cosa pensi dei collettivi artistici? Pregi e difetti.

Per i collettivi artistici vale più o meno il medesimo discorso. Anche qui, con il passare del tempo, spesso il gruppo si sfalda, alcuni componenti se ne vanno, talvolta il gruppo viene rivitalizzato da nuovi ingressi, ma spesso dopo qualche anno (o decennio…) viene meno lo spirito fondativo, cambiano anche le motivazioni, emergono aspirazioni diverse, ed eventualmente emerge la personalità dominante del collettivo. E’ un pò la storia dei gruppi artistici nati nel primo dopoguerra (da Cobra a Forma 1, ai nucleari, dagli spazialisti ad Azimuth, dai cinetici del Gruppo N a quelli del Gruppo T, dal gruppo Zero al Nouveau realisme, all’arte povera,ecc..), anche se ideologicamente e intellettualmente più strutturati di quelli attuali.

Come hai conosciuto il collettivo Giuseppefraugallery?

Per una mostra personale allestita al piano terra dell’edificio dove oggi ha sede la Scuola Civica. Era forse il 2009/2010 e l’artista, molto giovane, presentava delle fotografie molto forti. In quella occasione conobbi superficialmente Pino (Giampà, ndr). Poi io organizzai al museo di Calasetta un workshop di 6 giorni con Diego Perrone e Cristian Frosi e sei giovani artisti sardi (tra i quali Alessandro Biggio e Josephine Sassu). Rividi Pino e, chiacchierando, intravvedemmo la possibilità di organizzare qualcosa assieme. Da lì nacque il workshop con Luca Trevisani e poi a poco a poco le varie residenze degli artisti, i talk, ecc.. fino a oggi.

Che curriculum dovrebbe avere un artista italiano per poter sfondare all’estero?

Deve lavorare con una buona galleria italiana (tanto per intenderci, una galleria che partecipa alla Fiera di Basilea, o al Fiac o a Freeze). In secondo luogo avere un lavoro o un messaggio interessante da proporre e un lavoro che si evolve nel tempo. Inoltre deve essere disposto a trasferirsi (NY o almeno Londra o Berlino) e deve dimostrare una certa continuità nel e del lavoro. Considera ad esempio la “damnatio memoriae” della Beecroft e invece la costante ascesa di Rudolf Stingel. Ovviamente poi devi lavorare con una o due gallerie “BIG” a livello internazionale. Quanti bravi (e giovani) artisti italiani si sono persi per non aver trovato validi supporti “galleristici” all’estero. Anche alcuni che avevano fatto la scelta di trasferirsi fuori dai confini nazionali (le uniche che resistono sono la Bonvicini e la Pivi).

Ettore Sottsass jr ha avuto un forte impatto sul design contemporaneo, coniugando l’alta qualità e innovazione delle piccole imprese italiane con la produzione industriale di massa. Ritieni che si tratti di una felice coincidenza ormai irripetibile, nell’attuale situazione del nostro paese?

Per quanto riguarda Sottsass penso che Milano abbia vissuto tra gli anni ‘60 e gli ‘80 del secolo scorso un periodo straordinario di creatività e spirito imprenditoriale. C’è stata una complicità tra artisti, architetti, designer e giovani industriali curiosi che volevano sperimentare e fare – rischiando in proprio. Ecco quello che manca oggi in Italia. Una progetto visionario e la voglia di rischiare percorrendo strade nuove. Oggi, ma è già da qualche anno, i nipoti dei creatori delle industrie degli anni ’50 e ’60 preferiscono monetizzare e vendere, piuttosto che essere innovativi e rischiare per riportare l’Italia agli anni del boom economico. All’epoca c’erano pochi soldi ma tanta voglia di fare, creare, rischiare e lavorare, lavorare, lavorare. Mettendoci inoltre sempre un pizzico di creatività. Penso che difficilmente ritorneranno quelle condizioni.

Dall’estetica relazionale all’arte pubblica, sembra che gli artisti cerchino sempre più una partecipazione attiva da parte del pubblico, sempre meno relegato al ruolo di spettatore. È una tendenza che ti piace?

La tendenza a coinvolgere il pubblico nasce con l’happening e si sviluppa da allora. Poi è la sensibilità (o coscienza sociale) dell’artista a coinvolgere il pubblico e l’ambiente. Un precursore fu Beuys, più politico rispetto ad altri, poi Santiago Sierra, Kendell Geers, Regina Josè Galindo, e anche le azioni di Pistoletto del periodo del teatro. Anche Dario Fo fu un grande artista di arte pubblica! Fra gli artisti più orientati sull’arte ambientale c’è Piero Gilardi che, alle porte di Torino, ha creato il PAV (Parco dell’Arte Vivente) e Giuliano Mauri con le sue Cattedrali. Sempre a Torino (altro genere) c’è la manifestazione “Luci d’artista”. A Celle (Pistoia) si trova la collezione Gori (con molte opere site specific). Poi ci sono artisti quali Daniel Buren (vedi ad esempio il Castello di Ama), i “massacratori” della Land Art, i nostri Airò e Arienti.