Il collezionista: Giorgio Viganò (4^ puntata)

Tullio Tidu: C’è un gallerista con il quale hai un rapporto di fiducia e amicizia?

Giorgio Viganò: Frequento diverse gallerie e con alcune ho un buon rapporto. Un gallerista con cui ho sviluppato un dialogo interessante, che esula dal rapporto collezionista-gallerista, è Claudio Guenzani. Ho fatto delle belle chiacchierate anche con Emy Fontana, e intrattengo ottimi rapporti con Mario e Maurizio della Continua di San Gimignano, con Massimo De Carlo e Massimo Minini. Questi sono i “miei” galleristi di riferimento, oltre a Marconi e Marco Noire, Invernizzi, Artiaco e Tucci Russo.

Conosci personalmente qualche gallerista europeo o americano? E in Cina, India e Africa?

Conosco diversi galleristi europei, incontrati alle fiere internazionali; pochissimi americani (anche per via della lingua: praticamente non parlo inglese). In Cina conosco solo i galleristi italiani che hanno aperto a Pechino (Continua) e Hong Kong (De Carlo).

Che spazio occupano nel mondo dell’arte le realtà indipendenti, e che funzione svolgono?

Gli spazi indipendenti occupano (o forse è meglio dire occupavano) una nicchia lasciata libera dalle gallerie. Sono però in un momento di ripensamento e in… ritirata. Solitamente sono attivate da un nucleo, anche piccolo, di giovani artisti (spesso compagni di accademia) che si inventano un loro spazio espositivo per crearsi una certa visibilità. Poi dipende molto dalla qualità delle proposte. Comunque hanno una vitalità limitata nel tempo (qualche anno). Altrimenti poi ricadono nelle routine delle gallerie, con una mostra da inventarsi ogni 40/50 giorni, budget che si dilatano, tempo sottratto alla vita degli artisti, ecc.. Sono un momento di passaggio e di crescita, ed è giusto che nascano e… muoiano quando hanno compiuto la loro missione, piuttosto che continuare a vivacchiare stancamente, confondendosi con la maggioranza delle gallerie minori.

Michelangelo Pistoletto_Ragazza che disegna_1962-1979_serigrafia su acciaio inossidabile lucidato a specchio_125x70 cm.

C’è qualche giovane galleria che segui?

Seguo le giovani gallerie, ma non ho trovato ancora quella che potrà essere un faro per i prossimi anni: alcune durano troppo poco, altre partono bene poi si perdono… Manca spesso il coraggio e soprattutto le gallerie maggiori, aprendo spazi anche all’estero, monopolizzano gli artisti più bravi anche fra i giovani, che hanno fretta di arrivare e sono in competizione con gli omologhi stranieri che, a parità di età, solitamente hanno un curriculum internazionale migliore. Se devo fare un nome direi AplusB di Brescia.

Galleria Cart di Monza: vuoi parlare di questa esperienza?

Ero stato contattato agli inizi dell’estate del 2010 da un conoscente che talvolta incontravo a qualche fiera dell’arte (soprattutto Bologna), per redigere un progetto di massima per la creazione ex novo di una galleria d’arte attenta al contemporaneo. In pochi giorni abbozzo un progetto di 3/4 paginette su mission, spazi, programma, obiettivi a breve e medio termine. Questa persona mi chiama a metà settembre per comunicarmi che la galleria è pronta, ma la aprirà solo se ci sarà una mia fattiva e coinvolgente partecipazione. Rispondo che ho del tempo disponibile da dedicare a questa avventura, ma che la mia collaborazione sarà a tempo, con la verifica del conseguimento di alcuni obiettivi (mostre, cataloghi, fiere, ecc…). Si inaugura a fine ottobre 2010 con una mostra sull’arte povera (cioè con opere che avevamo nelle nostre collezioni: Pistoletto, Boetti, Merz, Paolini, Zorio, Kounellis, ecc…). Una mostra assicurata per 450 mila euro! Come inizio niente male. Si è lavorato abbastanza bene per due anni, soprattutto con artisti giovanissimi che sceglievo dopo visite in studio e colloqui. Poi le prime divergenze sulla mia insistenza a partecipare alle fiere, anche perche in galleria si vendeva poco (poco, ma non nulla!). Io talvolta sostenevo qualche giovane, comprando qualcosa. Fiera di Bergamo, poi l’anno dopo Fiera di Bergamo e Verona. Per me era l’inizio per arrivare a Artissima, Miart e Bologna. Per lui le fiere costavano troppo e rendevano poco e, mentre io volevo incrementare la visibilità della galleria con le fiere (per puntare anche sull’acquisizione come galleria di artisti a metà carriera), lui mirava a tagliare i costi. Considerata la strategia divergente, ho comunicato con 30 giorni di preavviso la fine della collaborazione. Poiché ero socio d’opera, il distacco è avvenuto senza traumi o litigi. Avevo solo pagato qualche cena, qualche trasferta, e poco altro… Esperienza interessante, che mi ha fatto conoscere i lavori di molti artisti giovani, spesso con un ego troppo grande per le loro possibilità o potenzialità. Si sentono tutti… Picasso, perché hanno una o due mostre alle spalle! Un’esperienza durata quattro anni, tra alti e bassi, sempre in difesa del lavoro degli artisti.

Quali sono le qualità che deve avere un gallerista?

Pazienza, capacità di ascolto, fantasia, coraggio, incoscienza, costanza, caparbietà e umiltà. Essere ambiziosi per puntare in alto. C’è sempre da imparare qualcosa da tutti. Tenersi informato quanto più possibile. E poi… fortuna, fortuna e l’occasione giusta da riconoscere e prendere al volo.

Fabio Sargentini con la sua galleria L’Attico, è stato un protagonista carismatico della scena artistica romana degli anni Sessanta. Come è cambiata la figura del gallerista?

Penso che sia cambiato… tutto! Allora passione per pochi, oggi impresa a tutti gli effetti. E il gallerista, almeno nella parte commerciale, se non agisce da imprenditore, penso che non possa sopravvivere. La gestione artistica oggi spesso è separata da quella imprenditoriale e finanziaria. I grandi galleristi (o le grandi gallerie) hanno un direttore artistico e un direttore finanziario (per l’equilibrio dei conti) oltre agli addetti alle P.R. E’ un mondo che un gallerista di 60 anni fa non saprebbe riconoscere.

Come dovrebbe essere composto il board ideale di una galleria?

Direttore artistico – direttore commerciale – proprietario/a. Se c’è la possibilità anche un “consigliori” esterno (storico dell’arte – curatore – critico).

Shirin Neshat_Women of Allah_inchiostro e stampa fotografica_4 di 10_27,3×35 cm.

Come deve essere un buon allestimento?

Un allestimento buono per tutte le stagioni non esiste. Fondamentale è lo spazio, e le opere (dimensioni, materiali, colori) e la possibilità di dialogo tra le stesse. La stessa mostra, allestita in spazi diversi e con le opere poste diversamente, produce effetti e sensazioni differenti. Da Cart talvolta al giovedì si montava la mostra, al venerdì pomeriggio si smontava, e al sabato mattina si allestiva nuovamente e la sera si inaugurava.

Su quali artisti deve puntare una galleria giovane?

Gli artisti dovrebbero essere coetanei del direttore artistico e della proprietà, per cogliere lo spirito del tempo, o almeno il linguaggio generazionale. Pochi i galleristi che riescono a lavorare con artisti di generazioni più giovani.

Com’è il primo incontro tra collezionista e gallerista e come evolve nel tempo il rapporto,se si riesce a creare?

Il rapporto con il gallerista si crea frequentando le inaugurazioni e/o le visite in galleria, e salutando il gallerista quando si visita il suo stand alle fiere. Poi inizia una lenta marcia di avvicinamento e di studio. Si chiedono pareri su un artista, su una sua opera, su una mostra vista nel tal museo, ecc… poi si passa a chiedere esplorativamente il prezzo di qualche opera e si rilascia talvolta un commento sulla qualità, o su altre questioni. Una assidua frequenza può portare ad una buona “conoscenza” e stima reciproca, senza necessariamente dover finalizzare un acquisto. Con alcuni galleristi si crea un certo feeling, con altri, anche a distanza di anni di frequentazione, il feeling proprio non si è creato. Questione di “pelle”.

Stefano Arienti_Turbine_1988_carta stampata piegata_dimensioni variabili

Com’è la personalità dei galleristi che conosci? Noti tra loro una diversità durante le trattative per un acquisto?

Ognuno è un originale e un “pezzo” singolo. Alcuni bonari, altri spiritosi, altri serissimi, alcuni anche un pò antipatici. Ognuno ha un suo carattere e una sua strategia. Ci sono quelli che insistono per vendere, e alcuni che si comportano all’esatto contrario: sembra che proprio non gli interessi per niente venderti un’opera. Spesso si è rivelata per loro la strategia migliore. Talvolta il collezionista parte da un falso obiettivo: si interessa ad un’opera ma in realtà mira ad un’altra, magari dello stesso artista; talvolta esposta nello stesso stand, ma di un altro artista. Si chiede qualche notizia quasi annoiati o meglio distratti, anche se è il vero obiettivo a cui si punta. E’ un en passant, gioco fra personalità e caratteri talvolta molto forti.

C’è qualcuno di loro con cui hai sviluppato un rapporto che va al di là di quello classico fra gallerista e collezionista?

Candice Breitz_Babel Mirror_2000_video still su polistirene_19 di 30_31x179 cm.

Ho un buon rapporto extra lavorativo con Mario Cristiani (Continua), Tucci Russo, Ida Pisani (Prometeo gallery), Massimo Minini, oltre ad un paio di giovani galleristi/e (Fuoricampo Siena e Allegra Ravizza Lugano/Milano). Ho avuto anche un ottimo rapporto con Stefano Dabbeni di Lugano, che mi ha introdotto a diversi galleristi svizzeri di area tedesca alla fine degli anni Novanta. Altri rapporti nel corso del tempo si sono un pò “sfilacciati” per mancanza di frequentazione (in questo ha giocato molto il fatto che per lunghi periodi risiedo in Sardegna).

Basta un bravo gallerista per portare avanti la carriera di un artista?

Assolutamente no! Un bravo gallerista può essere uno dei pilastri su cui costruire la carriera di un artista ma, se mancano il critico e il curriculum (cioè gli inviti e partecipazioni alle mostre importanti – Biennali ecc…), solo con un bravo gallerista non si va da nessuna parte.

Se le condizioni che hai indicato nella precedente risposta si verificassero tutte, è possibile che un artista non riesca comunque a costruirsi una carriera, o addirittura ne rovini una ben avviata?

Oltre alle condizioni indicate sopra, l’artista va poi gestito. Vanno selezionate le mostre cui partecipare, le gallerie in cui esporre e con cui lavorare. Nonostante tutto, è anche possibile che l’artista “non arrivi” subito. Talvolta alcuni artisti, anche bravi, sono schiacciati da coetanei o ancora più bravi, oppure da galleristi più market – oriented, che riescono a imporre artisti mediocri. Sarà poi il tempo, o la rilettura a fini storici di quel periodo, a fare giustizia e a rimettere a posto le cose , dando la giusta rilevanza agli artisti più meritevoli. E’ in questa chiave che vanno letti tutti i repechages di artisti anni ’60 e ’70 parzialmente dimenticati. Poi ci sono gli artisti che si rovinano con le proprie mani: vedi quelli della Transavanguardia che, pur avendo avuto un grande successo fin da giovanissimi, hanno iperprodotto, spesso immettendo sul mercato opere di dubbia qualità (considera che ancora oggi Sandro Chia riesce a far uscire dal suo studio migliaia di opere su carta all’anno – e sono oltre due decenni che questo avviene!). Ovviamente, con una così ampia produzione disponibile, il mercato ne risente, e anche le quotazioni! L’opera non è più un bene prezioso…e comunque un’opera di Chia si trova sempre (più o meno bella, più o meno cara, più o meno grande, ecc…).

Agne Raceviciute_stampa fotografica da film_2011_65x45 cm.

Che differenze noti fra le gallerie estere e quelle italiane?

Se consideriamo quelle al top (De Carlo, Continua, Lia Rumma), non vi sono grandi differenze con le migliori gallerie straniere. Il vero problema è che le nostre gallerie veramente importanti sono troppo poche e solo pochissime hanno le potenzialità economiche delle corazzate straniere. Considera che De Carlo nel 2016 ha dichiarato un fatturato di 20 milioni di euro (prima galleria italiana): le più importanti all’estero fatturano oltre 100 milioni di euro. Gagosian supera i 400 milioni di dollari. Le tre italiane che ho citato sono quelle che riescono a lavorare e a proporre i loro artisti ai musei di tutto il mondo, offrendo anche mostre personali già “confezionate” o quasi.

Se le gallerie che hai citato fossero inglesi o americane, avrebbero anche fatturati “angloamericani”? E’ un problema di peso economico-politico della nazione in cui si vive e si opera?

Può essere che se le sunnominate gallerie italiane fossero made in USA potrebbero avere fatturati compatibili con le “corazzate” americane (o inglesi o svizzere). Con anche le relative spese (spesso mastodontiche): pensa che alla fine degli anni ’80 – inizio ’90 Salvatore Ala , dopo aver dato fondo alla sua collezione privata, chiuse la galleria a New York e tornò a Milano, perché lo spazio americano gli costava allora 1 milione di dollari all’anno. Per giunta non giustificato dalle vendite, anche se proponeva il meglio dell’arte italiana, da Vedova a Kounellis, ed europea. In USA si vendevano (e si vendono) quasi esclusivamente artisti americani o che ivi lavorano e/o risiedono. E’ certamente un problema di ampiezza di mercato e di peso economico che le singole gallerie hanno. Inoltre contano moltissimo le PR e i rapporti che riesci a istaurare e intrattenere con i Musei, i loro curatori, direttori o il board stesso. E’ un intreccio molto più solido e sviluppato rispetto alle istituzioni italiane che, tra l’altro, devono spesso fare i conti con dei bugdets limitati (e spesso non possono produrre le mostre per mancanza di risorse…).

Quali sono le motivazioni che spingono un gallerista ad aprire una sede all’estero?

Le motivazioni che spingono un gallerista ad aprire una (o più ) sedi all’estero sono:

a) dare visibilità internazionale ai loro artisti.
b) proporre i loro artisti ad un pubblico più ampio.
c) cercare relazioni con altre gallerie e con le istituzioni museali e le fondazioni.
d)cercare di entrare in relazione con un “diverso” e spesso più facoltoso collezionismo:un gallerista, qualche anno fa, mi confidava che in Italia vendere un’opera sopra un milione di euro è una impresa quasi impossibile.
e) sinergie di scala come proporre in tempi diversi le stesse mostre e gli stessi artisti nelle varie sedi: Tornabuoni inaugura le sue gallerie (Milano, Parigi Londra,) con una mostra di Fontana (di cui possiede personalmente circa 60 opere).
f) è anche un modo per gratificare gli artisti con cui si lavora: ti garantisco una mostra personale all’anno a Parigi, o Londra, o Pechino, ecc.. oltre alla visibilità in una/due/tre fiere internazionali all’anno (considera che le grandi gallerie partecipano a circa 10 importanti fiere all’anno in giro per il mondo), qualche mostra personale in un museo e la partecipazione anche a diverse importanti collettive. Sempre più rilevante anche il peso e l’influenza che esercitano queste gallerie in occasione di eventi quali la Biennale di Venezia,ecc…

Come dovrebbe essere il sito web di una galleria d’arte?

Non entro nel merito delle questioni tecniche. In generale:

a) facile accesso

b) grafica facilmente leggibile

c) mostra in corso

d) prossimi eventi

e) mostra passata

f) archivio mostre

g) archivio artisti presenti nelle mostre o nel patrimonio del museo

h) immagini delle opere (possibilità di inserire la scheda tecnica di ogni opera)

i) blog o comunque un canale di comunicazione interno/esterno, e comunque tante tante immagini….

l) segnalazioni di mostre ed eventi della “concorrenza” (quando ne vale veramente e oggettivamente la segnalazione).