Il Collezionista: Giorgio Viganò (5^ e ultima puntata)

Tullio Tidu: Secondo te, come dovrebbe essere lo spazio espositivo ideale?

Giorgio Viganò: Non esiste lo spazio espositivo ideale! Esistono spazi diversi per differenti esigenze e momenti storici diversi. Per l’arte antica funziona ancora molto bene il museo composto da sale di dimensioni contenute con broccati e/o tappezzerie alle pareti e quadri con cornici dorate. Per l’arte contemporanea sono preferibili pareti neutre (bianche) e ampi spazi con soffitti alti e/o altissimi. Il Guggenheim di NY è uno spazio “impossibile”, ma una bella sfida per tutti gli artisti. Anche il Maxxi di Roma non è uno spazio facile, più gestibili musei come la Tate di Londra o il Pompidou a Parigi. Forse per un certo tipo d’arte contemporanea il miglior contenitore è il White Cube. Ma che dire allora del fascino delle Corderie e dell’Arsenale a Venezia? O di spazi recuperati come l’Hangar Bicocca?

Come spazio espositivo preferisci i Giardini o l’Arsenale?

In generale preferisco alcuni spazi (come le Corderie – quando non sono frequentemente interrotte con istallazioni centrali , come in questa edizione) le Gaggiandre e le Tese. In definitiva l’Arsenale, con un fascino e una patina che i Giardini non hanno, anche se possiedono alcuni padiglioni disegnati da grandi architetti.

Cosa pensi dell’OGR (Officine Grandi Riparazioni), spazio torinese ricavato dal più grande stabilimento industriale della città dedicato, dopo la dismissione e il restauro, alla musica e all’arte contemporanea?

L’OGR è uno spazio di archeologia industriale molto bello, ma molto vasto. Si potranno organizzare delle mostre molto importanti in spazi adeguati, a differenza della vicina GAM. Ideale anche per concerti medio/piccoli (non quelli per folle oceaniche). L’unico problema che intravvedo è la gestione nel tempo: cioè una offerta culturale di alta qualità protratta nel tempo, atta a richiamare un flusso tale di visitatori da garantire la vitalità di questi spazi. Occorre prevedere una programmazione a lungo termine di ottima qualità. Bisognerebbe imparare dai musei stranieri: alcuni hanno già programmato gli eventi e le mostre fino al… 2022!!!

Il più bel museo privato che hai visitato? E quello pubblico?

E’ difficile dare una sola indicazione: cito la fondazione Gulbenkian a Lisbona e la fondazione Beyeler a Basilea, che riescono a fondere in maniera eccezionale contenitore (struttura) e contenuto (opere presenti in collezione). Da citare anche il Kroller-Müller a Otterloo in Olanda. Fra i musei pubblici mi è rimasto impresso il Louisiana vicino a Copenaghen e l’Ermitage a San Pietroburgo. Potrei continuare con gli Uffizi a Firenze e quel grande museo a cielo aperto che è Pompei e le necropoli etrusche tra Toscana e alto Lazio. Il Pompidou nel 1977 quando venne inaugurato fece scalpore, così come il Guggenheim di Bilbao.

In Italia c’è qualche museo che possa competere con le realtà internazionali? Se la risposta fosse negativa, da cosa potrebbe dipendere?

Sull’arte antica siamo competitivi (il Villa Giulia a Roma sugli Etruschi è ineguagliabile, così come Villa Borghese, o l’Egizio a Torino). Il contemporaneo non è il nostro forte. Forse abbiamo “troppo” antico e troppo diffuso, e non abbiamo risorse da spendere sul contemporaneo. All’estero non hanno la nostra storia passata e quindi poco da conservare. Allora puntano sul contemporaneo sempre più grande, sempre più eccentrico per attirare l’attenzione. Negli USA chiamano “antico” un oggetto che ha 70/80 anni e storica una dimora di 150 anni!!! Poverini non hanno null’altro! E poi fanno i musei a suon di milioni di dollari (comprando soprattutto arte americana – anche quella di serie B). Segnalo comunque un nuovo bellissimo museo in-progress che abbiamo in Italia, le stazioni della metropolitana a Napoli: un progetto intelligente e diverso!

Cosa pensi di Luca Bizzarri (del duo comico Luca e Paolo) presidente di Palazzo Ducale a Genova?

Luca, a Genova, ha fondato una scuola di recitazione. Può essere una risorsa se saprà costruire una buona squadra e delegare competenze a lui non consone. Stiamo a vedere. Il “ragazzo” è furbino e intelligente.

Alcuni musei comunali, nonostante l’alto numero di visitatori, sono sottoposti ad una forte pressione da parte degli assessori alla Cultura. Arte e politica (o meglio politici) gioie e dolori, o solo dolori?

E’ il problema dei musei e spazi comunali. Spesso al cambio di amministrazione (e colore politico) si cerca di collocare gli amici o comunque persone della stessa consorteria, non tenendo in considerazione competenze e risultati. Anni fa ebbi un lungo colloquio con Giorgio Cortenova, allora direttore di Palazzo Forti a Verona e gli feci i complimenti per la bellissima mostra di Kandinskij. Mi confessò che per poter avere certi quadri da determinati musei, dovette posticipare la mostra di… cinque anni dalla sua ideazione! All’epoca però i direttori non mutavano ad ogni cambio di amministrazione. Si poteva programmare a lungo termine, come è la norma nei musei stranieri. Da noi al massimo si conosce il programma dei prossimi 12 mesi, a Lugano il programma del Lac è già definito in linea di massima fino al 2020! Questa è la differenza.

Mimmo Rotella_R.R.T_1957_decollage su carta_32x37cm

Come dovrebbe essere composto il board ideale di un museo?

In un board museale dovrebbero essere presenti un antropologo, un semiologo, uno storico dell’Arte, un critico – curatore, un direttore artistico e un “collezionista – amico/finanziatore del Museo”. Ci vorrebbe anche un designer, un grafico e una serie di giovani curatori che vivono e lavorano in paesi diversi dalla sede museale. Inoltre è utile avvalersi di eventuali (saltuari) collaboratori esterni.

La scelta di creare un originale crossover tra arte antica e contemporanea (penso al felice esperimento “obliquo” di Andrea Bruciati a Villa Adriana a Tivoli) può giovare alla diffusione dell’arte contemporanea?

Senza dubbio! Innanzitutto spinge il direttore/curatore a studiare e/o a rivedere i suoi ricordi sull’arte antica; poi trattandosi di un terreno “infido”, ti costringe a studiare e a essere un pò più umile e aperto a nuove scoperte e conoscenze, mentre sul contemporaneo presumi di sapere e conoscere quasi tutto e comunque hai delle convinzioni ormai recepite e assodate. Noto poi che le mostre dove si intrecciano antico e contemporaneo, se ben strutturate, funzionano benissimo. Basta andare con la mente alle 5/6 mostre che Axel Vervoordt ha organizzato negli ultimi 10 anni a Palazzo Fortuny a Venezia, in concomitanza con le Biennali. Erano sempre mostre che ottenevano il maggior plauso per la raffinatezza, l’intelligenza e la sapienza degli accostamenti tra arte antica e contemporanea. Ricordo bene “Intuition” nel 2017. Qualche tentativo era stato fatto anni fa anche da Abo, anche se non possiede specifiche competenze sull’antico. Un altro tentativo fu fatto all’inaugurazione della Fondazione Prada con la mostra curata da Salvatore Settis. Anni fa a Parigi, in occasione di una Fiac, venne organizzata una mostra di arte contemporanea nel deposito dei calchi dell’Accademia di Parigi, con i calchi e altre opere antiche presenti: era la mostra di cui tutti parlavano in Fiera!

Cosa pensi del titolo del Corriere di qualche tempo fa (Torino, a Porta Palazzo c’è un piccolo Guggenheim condominiale,ndr) che, a prescindere dalla qualità del progetto “viadellafucina16”, confonde le realtà indipendenti con i colossi mondiali dell’arte contemporanea?

“viadellafucina16” a Torino mi ricorda, almeno in parte, l’esperienza della casa occupata di via Morigi 8 a Milano, dove aveva sede anche la galleria di Pasquale Leccese. Anche lì c’erano spazi a disposizione degli artisti, si tenevano concerti ecc. Questa forse è una esperienza più strutturata (sono passati anche 25 anni!!). Nulla a che vedere con il Guggenheim: là una miliardaria amante dell’arte (e del mercato!) che, pur di avere certe opere dei surrealisti, sposò Max Ernst, comprò Ca’ Venier dei Leoni sul Canal Grande, invitando Calder a crearle la testata per il letto!!! Era chiamata la Dogaressa, perché era l’unica privata (assieme a De Chirico) ad avere una gondola propria!!! Anche gli intenti sono completamente differenti: là casa-museo e galleria mercantile, a Torino una palestra per giovani artisti, con la possibilità di residenze (e subito nel board per la selezione degli artisti è entrato Mario Cristiani della Continua – chissà che non si scopra qualche giovane interessante!!). Molto probabilmente l’articolista del Corriere non conosce la storia del Guggenheim (soprattutto quello di NY) e i meccanismi che ancora lo sorreggono: ad esempio per una personale, almeno a Venezia, l’artista (scelto comunque dalla direzione artistica del museo) deve donare un’opera (è un onore entrare nella collezione del museo!!!) scelta dal responsabile della fondazione!!! E’ così che si incrementa la collezione (ovvero soldi fanno soldi!!!).

La fondazione Vuitton sul Bois de Boulogne di Frank Gehry è solo un involucro spettacolare, o le opere esposte giustificano un simile investimento?

L’involucro mi sembra un progetto “riciclato”, nel senso che non è funzionale ad esporre opere d’arte: si arriva al piano terra, poi bisogna scendere in un buio interrato concepito come magazzino e non sede espositiva, poi si risale con scale mobili, poi si fa una deviazione, poi si sale ancora e a quel punto hai già perso il filo della mostra! La cosa più bella è l’auditorium e la cascata d’acqua e l’effetto luci nell’acqua al tramonto. L’involucro mi ricorda le ali di un cigno, non c’è una parete dritta, materiali di pregio e tutto su misura al millimetro per aumentare i costi… La mostra poi con 200 opere dal Moma; forse se ne salvavano 10/12: Picasso, Cezanne, Man Ray, un Pollock ante dripping, un Bradford, la foto di Diane Arbus con le gemelle, un Elvis di Warhol, e poco altro tra cui un De Chirico metafisico. Molto meglio il museo al Quai de Branly (culture extraeuropee) con un intelligente progetto di Jean Nouvel, un percorso elicoidale che ti trasporta attraverso i vari continenti e le varie culture ed espressioni artistiche. La sorpresa è stata il museo Jacquemart Andrè, uno scrigno più prezioso del Poldi Pezzoli di Milano, con opere di Paolo Uccello, Bellini, Botticelli, Mantegna, Laurana, L. Della Robbia, Tintoretto, Rubens, Van Dick, Franz Hals, Fragonard, Canaletto, ecc… oltre a tantissimi oggetti d’arte e arredi capolavoro.

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C’è in Italia qualche intervento artistico in uno spazio pubblico che, in questi ultimi anni, abbia incontrato la tua approvazione?

Non è facile inserire lavori in un contesto urbano. Ad esempio la mela di Pistoletto collocata davanti alla Stazione Centrale: è orrenda! E non c’entra nulla! Spesso in Italia il problema è la scarsa o nulla progettualità abbinata al reperimento di uno sponsor: ho trovato i soldi, chiedo uno spazio e allora espongo l’artista che scelgo io (anche se non ho alcuna competenza in materia di spazi urbani, scultura, ecc..). Aggiungi che i pubblici amministratori quasi sempre (ad eccezione di G. C. Argan – sindaco di Roma!!!!) sono digiuni di arte… incompetenti che si fanno spesso affiancare o consigliare da incompetenti… et voilà! La frittata è fatta!!! All’estero hanno una progettualità che da noi è praticamente sconosciuta. L’unico vero progetto degli ultimi anni riguarda le stazioni della metropolitana di Napoli, coordinato da ABO che, anche se ormai quasi ottantenne, ha ancora qualche neurone che funziona a dovere!!! Tutto il resto è… NOIA, non ho detto gioia… Molto bella e appropriata è anche l’installazione fatta qualche anno fa da Daniel Buren al Castello di Ama in Toscana e la… provocazione dei Gelitin con il mega – coniglio collocato sulle colline. Funziona abbastanza il dito medio di Cattelan (L.O.V.E., 2010,ndr) in piazza Affari di fronte a Palazzo Mezzanotte (forse andava fatto leggermente più grande). Sono invece affascinanti i parchi delle sculture, come quello a Celle della collezione Gori (in Toscana), e quello della Kroller-Mueller a Otterloo in Olanda. Anche se temporanea, l’installazione di Christo (The floating Piers, 2016) al lago di Iseo. L’ho vista e percorsa e …funzionava. Alla grande!


Cosa pensi degli interventi di arte contemporanea in Piazza della Signoria a Firenze, che hanno spesso suscitato grandi polemiche?


Non è sempre facile la coabitazione con capolavori riconosciuti dell’arte, e anche le contaminazioni non sempre funzionano. Talvolta l’accostamento “antico-moderno” trova un punto di equilibrio, talvolta no… Mi ricordo la mostra di Henry Moore al forte del Belvedere a Firenze negli anni ’80: le sue sculture all’aperto con lo sfondo della cupola del Brunelleschi e del campanile di Giotto creavano… una magia! Anche Melotti funzionò altrettanto bene, per converso Botero fu un disastro stridente!

A Roma l’installazione della scultura di Penone “Foglie di pietra” davanti al negozio Fendi in Largo Goldoni e la mostra al Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur (il tutto curato da Massimiliano Gioni), unitamente ad una personale da Gagosian, mostrano che quando ci si affida a professionisti del settore i risultati, sia in termini di immagine che di qualità, sono evidenti.

Vidi una sua mostra quasi per “sbaglio” a Torino nel 1974, facevo il servizio militare. I suoi tronchi scorticati mi colpirono… sulla via di Damasco. Restai letteralmente fulminato dall’espressione artistica di un mio allora giovanissimo coetaneo! Mi ha sempre molto affascinato… (come per altro verso Luciano Fabro, più cervellotico e contorto – fidati, l’ho conosciuto e frequentato abbastanza anche come uomo). La mostra all’Eur non l’ho vista, ma seguo le sue mostre da Tucci Russo. Per le “Foglie di pietra” Gioni ha fatto una operazione intelligente, penso a “costo zero”, perché quella fusione si trovava da anni abbandonata (o forse depositata) nel cortile della fonderia Battaglia a Milano (dove c’era anche Peep-Hole) di fronte a Lia Rumma. Talvolta si tratta solo di collocare il lavoro giusto (sotto gli occhi se non di tutti, almeno di molti) in un luogo idoneo, e allora il tutto regge e funziona. Su Gagosian ho poco da dire. Nelle mie andate a Roma (abbastanza rare) sono sfortunato e non ho mai incontrato la mostra giusta!

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La più bella mostra che hai visto? Puoi citarne più di una.

Una Mostra di Bacon a Parigi, 20 anni fa. La mostra di Basquiat alla Fondazione Beyeler di cinque, sei anni fa; la Mostra a Villa Borghese a Roma di due, tre anni fa con le restituzioni napoleoniche. E la mostra di Veermer in Olanda, sempre qualche anno fa…!!!

Che tipo di pubblico frequenta le inaugurazioni delle mostre?

Altri artisti (sia amici che curiosi); collezionisti; critici; curatori; amici del/degli artisti che espongono. I frequentatori abituali della galleria e altri galleristi interessati al lavoro dell’artista/artisti che espone/espongono. E alcuni che frequentano solo i vernissage con ricchi buffet !

Qual è la tipologia dell’appassionato d’arte?

L’appassionato d’arte solitamente ha interessi che spaziano dalla letteratura al teatro, dalla poesia alle arti visive, dal cinema all’architettura, alla musica sia classica che contemporanea. E’ quello che una volta si etichettava come intellettuale o comunque curioso. Era interessato anche alla storia e all’archeologia. Insomma, un curioso totale.

GeMiTo (Genova Milano Torino), titolo di una mostra di tanti anni fa che celebrava non solo il primato in campo industriale (il Triangolo Industriale) per queste tre città, ma anche quello in campo artistico.

GeMiTo era una bella iniziativa, soprattutto per far conoscere l’arte giovane. Non ha avuto la forza, e soprattutto le risorse, per diventare un punto di riferimento ambito dalle giovani generazioni. Occorreva un premio finale piuttosto cospicuo in denaro, una maggiore copertura mediatica, e la possibilità per l’artista vincitore (o per i finalisti) di esporre in tour in qualche museo straniero. Spesso non siamo capaci di valorizzare le buone idee o le iniziative interessanti.

Che qualità e competenze dovrebbe avere il direttore della Biennale di Venezia?

Potrebbe essere un curatore non classico, un antropologo, un sociologo. Fanno bene questi “scarti”, rispetto alla ufficialità degli addetti ai lavori. Il curatore dovrebbe essere un “tuttologo”, in un periodo storico ove essere tuttologi non è assolutamente facile, considerata anche la velocità dei cambiamenti e il bombardamento di informazioni. Avremmo una lettura diversa, e molto probabilmente delle “partecipazioni e degli inviti” non proprio così scontati e con diversi outsiders, insomma una visione altra…

Quale sarebbe stato il tuo candidato ideale per quel ruolo e, se possibile, potresti indicare il nome di alcuni outsiders, con i loro pregi e difetti?

Non ho preferenze particolari. Inoltre penso che Paolo Baratta, presidente della Biennale, si faccia affiancare da un team di “consigliori” sparsi per il mondo, prima di scegliere il curatore di un evento così importante. Penso chieda un parere anche ai curatori delle precedenti edizioni. Deve tener presente anche un discorso di distribuzione “geopolitica” e di competenze. Non è un compito facile, e oltretutto non deve cadere nel “banale” e nello scontato. Un italiano molto interessante, anche se non di primo pelo, è Bruno Corà, ma forse non è così aggiornato sulle ultime generazioni.

Che impostazione daresti alla Biennale perfetta?

La Biennale perfetta non esiste! Puoi fare una biennale come quella di Celant, tutta basata sull’ “usato sicuro”. Tutti artisti “giusti”, ma tutto così scontato e senza rischi e senza nessuna novità, oppure una Biennale di proposta e ricerca come faceva Szeemann, oppure una Biennale giovane come Gioni, o un pò retrò come Jean Clair. Ogni biennale ha i suoi estimatori e detrattori. Forse ricercare un giusto mix, oppure almeno sottrarsi al potere imperante delle grandi gallerie internazionali, che ormai impongono 8/10 artisti ad ogni edizione. Ma vuol dire scontrarsi con i poteri forti, con gli sponsor e i collezionisti che contano.

Alla luce del tuo recente viaggio in Russia, come giudichi l’evoluzione dell’arte russa contemporanea, a partire da artisti formatisi durante il governo sovietico come Bulatov e Kabakov?

L’arte contemporanea russa attualmente si sta molto occidentalizzando. Trovo molto più interessante la generazione formatasi durante il periodo sovietico come Prigov, Bulatov, Pepperstein, gli Ermeneutica, e Kabakov (prima maniera, quando era solo e non in connubio con la moglie). Poi qualcuno si è un po’ perso (Bulatov, Ermeneutica) oppure è scomparso come Prigov (bella comunque la sua mostra di qualche anno fa – 8 anni? – a Venezia). I Kabakov hanno fatto la scelta di andare a NY e di lavorare per il mercato (li ho incontrati più volte a S. Gimignano dalla Continua). Non conosco in maniera approfondita gli ultimi sviluppi: c’è solo una galleria a Milano che segue (non con continuità) le ultime tendenze…

Luisa Rabbia_Un amore perfetto_1997_cuscini,silicone_due elementi_cm 60×40

Esiste un mercato per l’arte contemporanea, con artisti, gallerie, musei e collezioni di livello internazionale?

Sono stato troppo poco in Russia per poter affermare se esiste veramente un mercato dell’arte contemporanea. Ci sono gallerie, collezionisti e ovviamente artisti, e qualche museo dedicato al contemporaneo. Ma il fatto stesso che al Palazzo di Marmo sia esposta in permanenza una parte della collezione tedesca Ludwig, mi fa pensare che tutto sia ancora piuttosto in fieri. Occorrerebbe una indagine specifica, e non parlando russo è difficile effettuare una ricerca, soprattutto se non programmata con congruo anticipo e con i giusti contatti (l’inglese è ancora pochissimo diffuso, e solo a livello scolastico) per poter accedere e incontrare le persone e i luoghi “giusti”.

Sei un assiduo frequentatore delle fiere d’arte: quali ritieni che siano le migliori?

Art Basel, Art Basel, Art Basel. È’ la fiera più bella del mondo da quasi 50 anni e l’avrò visitata almeno in trenta edizioni, data anche la relativa vicinanza a Milano. Occorre dedicarle almeno due giorni tanti sono gli eventi e le opere esposte. Se poi si vogliono vedere anche le mostre nei musei della città , occorre aggiungere almeno un altro giorno. Ma è tempo ben speso, difficilmente ci sono proposte di scarso valore. Altre fiere, ma molto a distanza per qualità, sono il Fiac a Parigi, Freeze a Londra, Arco a Madrid. In Italia, anche se il livello è decisamente inferiore, Bologna Arte Fiera, Miart a Milano, Artissima a Torino e Art Verona. Poi ci sono una serie di altre fiere minori che hanno poca ragione di esistere, se non far guadagnare soldi ai vari Enti Fiera, che hanno spesso i calendari (e i capannoni) da riempire con qualche manifestazione.

Che differenze noti rispetto agli anni ’80?

Si è tutto velocizzato. Fino alla fine del secolo scorso, un artista doveva avere un certo percorso espositivo prima di emergere definitivamente. Oggi bastano poche partecipazioni a mostre e biennali che subito vengono considerati dei geni imprescindibili per i musei e le grandi collezioni, con quotazioni che subito schizzano alle stelle. Per cui oggi, o un artista riesci a intercettarlo veramente giovane, altrimenti è subito fuori portata per un normale collezionista. Spesso poi sono meteore e dopo qualche hanno possono addirittura scomparire dal mercato, ma nel frattempo se non avevi centinaia di migliaia di dollari non potevi comperarlo. Questo succede soprattutto per i giovani artisti trattati da gallerie americane, che hanno poi altri giovani da lanciare. Per gli europei e soprattutto gli italiani il percorso è molto più lungo e difficile.

Come pensi che si evolveranno?

Le fiere più grandi e importanti diventeranno sempre più importanti e le sole appetibili dalle grandi gallerie, che a lungo andare tralasceranno le fiere minori e locali. Con l’aprirsi di nuovi mercati, ho notato che anche le principali gallerie italiane preferiscono esplorare nuove situazioni all’altro capo del mondo, piuttosto che replicare le fiere italiane, dove molte stanno già facendo la scelta di partecipare ad una sola fiera, in base al tipo di arte trattata e agli artisti rappresentati (un artista internazionale preferisce farsi conoscere a Hong Kong o Pechino, piuttosto che essere esposto alla fiera di Bologna e/o Milano).

Giulio Paolini_Studio per sottosopra_2005_matita e collage su carta_cm. 70×100

Che qualità deve avere il direttore di una fiera d’arte?

Dovrebbe essere uno storico dell’arte e/o un curatore, che comunque visita e conosce il programma delle gallerie da invitare e gli artisti trattati da queste gallerie. Inoltre deve anche cercare di invitare un certo qual numero di gallerie che rappresentino i vari territori. Dovrebbe avere anche una buona conoscenza del lavoro delle gallerie straniere che fanno richiesta di partecipare alla fiera. Inoltre è essenziale riservare un’area alle giovani gallerie di ricerca e istituire dei premi acquisto* riservati proprio agli artisti presentati da queste gallerie. So, per esperienza, che molte gallerie spesso legano la loro sopravvivenza alle vendite di una fiera o alla vincita di un premio acquisto, che gratifica e fidelizza anche l’artista premiato.

*(nota di Giogio Viganò) Premio acquisto: in alcune fiere, gli sponsor mettono in palio una cifra piuttosto consistente per acquistare 10/12 opere da donare alle gallerie d’Arte Moderna della città che ospita la fiera, soprattutto lavori di giovani artisti.

Secondo te, le riviste specializzate svolgono una funzione importante nel mondo dell’arte? O le carriere sono determinate, oltre che dalla qualità dell’artista, da galleristi, critici e collezionisti, non necessariamente in quest’ordine?

Le riviste di settore svolgono un ruolo di supporto e di informazione. Spesso però gli articoli di recensione delle mostre sono dei redazionali (cioè pubblicità mascherata) e il 70/80 per cento degli artisti di cui si parla sono supportati (qualche pagina prima o dopo dell’articolo) da una pubblicità della galleria che li rappresenta o che ha una mostra in corso. Ho smesso da alcuni anni di collaborare con una rivista bimestrale di arte, perché negli ultimi tempi mi richiedevano gli articoli prima dell’inaugurazione della mostra stessa, basandomi sui comunicati stampa della galleria o del museo. E il giudizio critico dove va a finire? E’ vero che i tempi si allungano perché l’articolo corre il rischio di essere pubblicato a mostra terminata, ma tant’è. E’ uno dei limiti della carta stampata, e spiega il successo dei quotidiani d’arte via web. Le riviste hanno svolto un grande ruolo negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, anche perché nascevano come espressione di una tendenza, di una corrente, di un gruppo di artisti che avevano qualcosa da comunicare. Resta centrale il ruolo dei musei e delle gallerie e ovviamente la qualità del lavoro dell’artista.

Cosa pensi delle riviste d’arte online? Ne segui qualcuna o preferisci le riviste cartacee

Seguo quotidianamente Exibart e Artribune. Prima seguivo anche Undo.net. Poi Segno, Expoarte, e qualche altra rivista minore. Otre ai magazine delle varie casa d’asta (Sotheby’s e Christie’s in primis). Accanto c’è la lettura delle riviste cartacee: da Flash Art a Arte, dal Giornale dell’arte a Arte Dossier, poi Arte In, Segno cartaceo più alcune riviste in lingua (Art in America, Parquet, Connaissance des arts, ecc..). Oltre agli articoli sull’arte dei vari inserti dei quotidiani (Domenicale del Sole 24 ore; La Lettura, Robinson, Alias e, saltuariamente, Milano Finanza). Le riviste cartacee restano come memoria storica e documento da poter rileggere anche a distanza di tempo, e valutare ex post affermazioni e critiche su artisti e mostre. Penso che il cartaceo integri e completi la notizia spesso flash dell’online.

Beni culturali in Italia: che fare?

Bella domanda, ma risposta difficilissima. Le idee potrebbero essere tante, ma il patrimonio artistico italiano è talmente vasto e frammentato, che le soluzioni non sono semplici, soprattutto perché non ci sono risorse disponibili. Dirò anche un’eresia, ma io accorperei molti musei minori, per crearne alcuni a livello regionale di ottima qualità, invece di mantenere tre opere qua, altre due nel paese vicino, un capolavoro in una frazione poco distante. Molti lavori diventano così quasi invisibili, di difficile e onerosa gestione, e non tutti hanno il tempo per eseguire il gran tour che facevano i nobili o gli intellettuali nell’800. Talvolta il tour durava anche un anno, e oltre (vedi Goethe, che restò a Roma oltre due anni sotto falso nome). Ad esempio i Bronzi di Riace a Reggio Calabria non li va a vedere nessuno: quando erano stati esposti a Firenze si erano formate code infinite. E la Madonna del Parto di Piero della Francesca (Museo di Monterchi, ndr), e tanti altri capolavori sparsi per l’Italia intera. Ma prova tu a portare via i Bronzi da Reggio: ci sarebbe una rivoluzione, ma intanto i reggini non vanno a vederli!!! O forse una volta, possibilmente con ingresso gratuito. Altro problema la questione degli ingressi a pagamento: perché in Gran Bretagna gli ingressi ai musei sono gratuiti e all’interno hai un ottimo servizio, e tanta tanta sorveglianza, e da noi, a pagamento, solo commessi spesso sbracati? Misteri!! E ci sarebbero molte altre cose da aggiungere, ma ci vorrebbe un libro solo per questo argomento.

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Corsi universitari per manager culturali: come li organizzeresti, o ritieni che il fiuto per l’arte sia una questione di lavoro sul campo e scarpe consumate tra gallerie, mostre, fiere, musei e visite agli studi degli artisti?

Istituirei solo due o tre poli in Italia. Corso di almeno 4 anni con almeno due stage semestrali (dopo il secondo e il quarto anno) in due differenti istituzioni straniere con lingue differenti. Obbligo di conoscenza approfondita della lingua straniera del paese in cui si frequenta lo stage. Conoscenza inoltre di cultura generale di quel paese (oltre all’arte, letteratura, cinema, teatro) e ovviamente molti corsi dedicati alla gestione manageriale. E poi esperienza sul campo con visite a musei, mostre, fiere. Potrebbe essere interessante istituire delle Kunsthalle in cui questi manager possano fare esperienza.

Nel 1970 Giulio Paolini creò le scenografie del Don Chisciotte di Carlo Quartucci prodotto dalla Rai. Sembra che sia passata un’era geologica: possibile che l’arte, non solo italiana, sia completamente sparita dai palinsesti della TV pubblica? E che non ci siano più le condizioni per collaborazioni di alto profilo? Penso anche all’Orlando Furioso di Ronconi sceneggiato da Sanguineti. I telegiornali nazionali parlano di veline, calciatori e grandifratelli, mai di grandi artisti, non solo italiani, se non per qualche pettegolezzo.

Negli ultimi trent’anni la cultura è progressivamente scomparsa dalla programmazione della Rai e anche dalla TV in generale. Soprattutto da metà anni ’90 hanno avuto il sopravvento programmi atti a non far pensare le persone, e in grado di fare alti indici di ascolto (da esibire per la raccolta pubblicitaria). Poi arrivarono il GF (Grande fratello) e tutta una serie di programmi spazzatura e/o populisti. Devo anche dire che la cultura media dei giornalisti televisivi è andata di pari passo al ribasso. Oggi abbiamo ignoranti e superficiali che intervistano ignoranti e superficiali, ascoltati da ignoranti e superficiali. Meno male che ci sono alcuni canali dedicati espressamente alla cultura (Rai 5 ad esempio) e qualche canale privato che trasmette qualcosa di interessante sull’arte. Non passo alla TV molte ore al giorno, preferisco leggere libri e sfogliare cataloghi e riviste d’arte (di queste ultime ne acquisto 4-5 ogni mese).

Pensi che l’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole superiori (Cenerentola dimenticata da tutti gli istituti tranne che dal Liceo Artistico) avrebbe bisogno di un maggior numero di ore di studio in tutti gli indirizzi?

Direi che soprattutto in Italia (detentrice di buona parte del patrimonio storico-artistico mondiale) lo studio della storia dell’arte dovrebbe essere esteso anche agli… Istituti tecnici, non solo ai licei e a geometri e ragionieri (la recente riforma ha tolto le pochissime ore previste fino ad oggi dagli istituti tecnici e professionali, NDR). Andrebbe incrementato il numero di ore di insegnamento e dovrebbero essere portate le scolaresche a visitare non solo i musei istituzionali che espongono l’arte antica, ma anche quelli che propongono il contemporaneo e l’arte presente.

Terresti (o hai già tenuto) un seminario sul sistema dell’arte in un’ Accademia di Belle Arti?

Con un congruo anticipo sui tempi di realizzazione, con il supporto di almeno un’altra persona che mi aiuti per le ricerche via web, perché no? Ho già tenuto una conversazione di due ore sullo stesso tema a Brera alcuni anni fa, e più recentemente un intervento simile alla Naba, invitato da Ettore Favini. Qui trattandosi di più giorni e anche di una raccolta di materiale diversi, occorrerebbe più tempo. Sarebbe bello poter anche invitare alcune persone (artisti, curatori, critici, direttori di musei ecc…) a descrivere (dal loro punto di vista) le diverse fasi e componenti del sistema dell’arte. E mettere a fuoco i seguenti temi: Cosa funziona e cosa non funziona? C’è ancora una ricerca artistica o è tutto ridotto al mercato? Chi influenza chi? I collezionisti scelgono con la loro testa (o i loro occhi) oppure anche loro si sono adeguati al mercato?

Negli ultimi anni si assiste al tentativo, non sempre riuscito, di rinnovare l’opera lirica, universo tendenzialmente conservatore, attraverso una collaborazione con gli artisti. Qual’ è la tua opinione?

La collaborazione della lirica con gli artisti spesso dipende dal singolo regista, ovvero dal direttore artistico: è nota la collaborazione del festival rossiniano di Pesaro con gli artisti per le scenografie, e così il festival di Ravenna e talvolta anche (ma più raramente ) la Scala, ma anche Roma. Tra gli artisti spesso chiamati figurano Paolini, Kounellis, Ceroli, Mambor (addirittura più scenografo che pittore). Poi Paladino e ultimamente W.Kentrigde. Alcuni di questi hanno reso memorabili diverse regie: mi ricordo un’opera con una scenografia di Kounellis fatta con delle grandissime lastre nere di ferro, e un’altra rarefatta di Paolini. Non sono comunque molti i registi che si avvalgono della collaborazione di artisti visivi (spesso per questione di risorse, spesso perché il teatro ha in magazzino le vecchie scenografie, spesso perché i registi e i direttori artistici non vogliono rischiare). Sono personalmente favorevole a questo tipo di collaborazione, che andrebbe addirittura sostenuta ed ampliata: certo il problema è quello di affidare le scenografie ad artisti veramente validi e non ad amici degli amici…

Ritieni che ci sia vita al di là del sistema dell’arte?

Certo che c’è vita al di là (o al di fuori) del sistema dell’arte. In tutte le epoche sono esistiti artisti che hanno rifiutato il sistema dell’arte, come sono esistiti scrittori che non hanno mai (o quasi mai) pubblicato, o architetti (vedi Sant’Elia) che non hanno mai costruito nulla. Certo spesso sono poi dimenticati o conosciuti solo da una cerchia ristrettissima di persone. Ma comunque si può vivere (soprattutto se hai un altro lavoro…) al di fuori del sistema dell’arte.