Paolo Mestriner

Abitare per Paolo Mestriner è come indossare un abito, un abito che hai scelto e non cambieresti con nessun altro, perchè fa parte del tuo essere. Una scelta che implica un atteggiamento attivo da parte dell’architetto, un agire immergendosi nel paesaggio con attenzione, con una cura speciale per i luoghi in cui si costruisce. Il centro, il primo motore è il progetto che oggi, più che nel passato, rischia di essere svuotato da dinamiche che nulla hanno a che vedere con la disciplina. Ma è proprio il progetto che garantisce il primato del “come fare” una cosa, e non se farla o no. Dal dialogo con Paolo emerge un approccio partecipato al lavoro, dove convivono la tendenza a creare collettivi di progettazione, che spesso coinvolgono i suoi studenti, l’impegno civile, culturale e etico nel lavoro, l’insegnamento di maestri come Tàvora, Siza Vieira, Souto de Moura e Maldonado, il taccuino come strumento necessario per gli studenti, le micro e macro architetture e l’autocostruzione, i bellissimi orizzonti del suo profilo Instagram.

Tullio Tidu: Quando hai deciso di diventare architetto e che formazione hai avuto?

Paolo Mestriner: La mia formazione è un po’ atipica perché ho un diploma in agraria. La scelta di iscriversi alla Facoltà di Architettura è stata dettata inizialmente da una spiccata dote nel disegno tecnico accompagnata dall’interesse verso la progettazione. Ho concluso il percorso accademico frequentando gli ultimi tre anni in Portogallo; grazie alle borse di studio Erasmus e Comett mi sono laureato e ho svolto i primi passi in ambito professionale, un’esperienza che ritengo fondamentale, sia sotto il profilo umano che professionale.

E’ possibile che il tuo operare frequentemente all’aperto, abbia a che vedere con il diploma in agraria?

Sicuramente è stata una predisposizione che mi portavo dentro, più per il fatto di avere a che fare con il mondo vegetale e il paesaggio in generale, che per la mia specializzazione scolastica.

Hai avuto un mentore? Chi sono stati i tuoi maestri?

La possibilità di frequentare la realtà portoghese mi ha permesso di conoscere personalmente figure di spicco nel panorama architettonico internazionale: architetti come Fernando Tàvora, Àlvaro Siza Vieira, Eduardo Souto de Moura. Vi sono tuttavia due architetti italiani che ritengo miei maestri sebbene appartengano ad un altra epoca, sono Ernesto Nathan Rogers e Giovanni Michelucci. Dal punto di vista disciplinare, ovvero progettuale e compositivo, aggiungerei Sigurd Lewerentz.

Al Politecnico sei stato allievo di Tomàs Maldonado: come erano le sue lezioni?

Considero anche Tomàs Maldonado uno dei miei maestri. Il suo insegnamento più importante è stato quello di lasciare ad ogni alunno la libertà di apprendimento, un modo per responsabilizzare l’atteggiamento progettuale e ambientale degli studenti, un modo anche per dare valore all’azione del singolo come punto di partenza di un agire collettivo. Maldonado era la rappresentazione di un atteggiamento plurimo alla progettazione. L’impegno culturale, civile, ambientale ed etico di intendere l’architetto, il designer, l’artista. Non so se abbia senso parlare ancora di questo, ma una cosa mi appare certa: i suoi insegnamenti non diventeranno mai obsoleti.

Com’erano le tue lezioni al Politecnico di Milano? Come interagivi con i tuoi studenti?

Negli anni ho affinato una didattica basata sul chiedere agli studenti l’acquisizione di un metodo più che il raggiungimento di un risultato. Questa richiesta era rappresentata simbolicamente dall’obbligo di tenere il taccuino come strumento primario, senza di esso lo studente non avrebbe potuto sostenere l’esame. Può sembrare strano, ma non ho mai creduto che nel corso di Progettazione Architettonica al primo anno gli studenti dovessero dimostrare di aver progettato un’architettura “bella”, mi interessava invece trasmettere gli strumenti, di ricerca e di affinamento progettuale, interagendo con altre discipline artistiche come il disegno, la fotografia, il cinema, la letteratura, i fumetti e altre. Era più importante il percorso che la meta, De André lo ha detto così: “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Se all’inizio del corso gli studenti apparivano disorientati poi, con l’acquisizione dei mezzi e di una consapevolezza, il più delle volte manifestavano un interesse al di sopra delle mie aspettative.

Ora dove insegni? Il tuo modo di fare lezione è mutato?

Organizzo e svolgo workshop di auto-costruzione, oltre ad insegnare alla LABA (Libera Accademia Belle Arti di Brescia) nel corso di Temporary Design Lab. È un corso pratico, che tuttavia contiene gli aspetti metodologici che ho descritto prima. Diciamo che in qualche modo il corso si muove sui tre elementi che ho cercato di approfondire nel corso degli anni: l’architettura, il paesaggio, l’auto-costruzione come cura dei luoghi.

Perché hai lasciato il Politecnico?

Diciamo che dopo vent’anni di onorato servizio non è stata una mia scelta, uno dei motivi sono le contrazioni d’organico dovute alla crisi del settore.

Sei il fondatore di studioazero. Che impostazione gli hai dato?

Studioazero nasce come piattaforma collettiva di condivisione progettuale. Sebbene le persone si siano alternate e il collettivo sia andato via via riducendosi, lo spirito è rimasto intatto: partire dal grado zero per tornare a mettere il progetto di architettura al centro della disciplina.

Nel collettivo sono mai entrati tuoi allievi del Politecnico, o della LABA, oppure qualche partecipante ai tuoi workshop?

Sì, negli anni ho cercato di dare spazio a ex studenti con cui collaboro ancora oggi. Anche nei workshop c’è una risposta molto positiva dei miei ex allievi, credo e spero che sia per il ricordo che hanno dell’esperienza che ho cercato di trasmettere. Mi piaceva, parlando di insegnamento, portare agli studenti queste parole di Ernesto Nathan Rogers: “L’insegnamento è quella cosa dove c’è una parte che dà ed una che riceve, ma non sempre sai da che parte stai”.

Architettura: la tua visione?

Credo che l’architettura sia l’unica arte – forse il cinema si avvicina – che catalizza buona parte delle figure e delle dinamiche sociali. Un’opportunità, ma anche una minaccia perché può essere deviata facilmente su altri fronti. Forse per questa ragione negli ultimi decenni si è persa la centralità del progetto, mettendolo in secondo piano rispetto a settori che sono più visibili come l’economia e la politica. Una piega che, soprattutto in Italia, ha fatto assumere all’arte architettonica il ruolo di contenitore senza contenuto, di facciata effimera, privandola di buona parte dei componenti che la caratterizzano.

Quali sono le cause?

Mi sono fatto l’idea che in Italia le ragioni risiedano nello scollamento tra la pratica progettuale e la vita quotidiana, avvenuto a partire dalla fine degli anni ’70 e che, pur sviluppandosi in modi diversi, è proseguito sino ai giorni nostri. All’inizio la delega acquisita dai partiti politici della pratica professionale, unita ad un atteggiamento del mondo accademico distaccato e supponente, ha allontanato sempre più le persone dall’architettura come manifestazione di vita – uso le parole di Fernando Tàvora -, con effetti evidenti come la scarsissima presenza negli anni ’80 di architetture contemporanee all’interno dei nostri paesaggi, urbani e non solo. A partire dagli anni ’90, nonostante si sia assistito ad un progressivo miglioramento della situazione, il gap era già stato colmato da figure professionali limitrofe all’architettura, ma che nulla avevano e hanno a che fare con le regole compositive. È un momento importante, perché di fatto si assiste al progressivo avanzamento di professioni riconosciute dal punto di vista amministrativo e procedurale, ma non preparate per portare avanti la disciplina architettonica. Per rendere l’idea della differenza che passa tra l’architettura e le professioni tecniche, portavo ai miei studenti un esempio in ambito musicale, ovvero la differenza che passa tra un ottimo tecnico del suono ed un compositore. Con l’arrivo della globalizzazione digitale è cambiato molto sia dal punto di vista strumentale – penso ai programmi 3D e ad opere impensabili prima come il Guggheneim di Bilbao – sia sotto il profilo della velocità degli scambi economici, delle conoscenze tecniche e della comunicazione.

Sei nel comitato scientifico della rivista ARCH+. Che impostazione avete dato alla rivista e quali sono gli argomenti dei tuoi articoli?

Le riviste ARCH+ e ARK, rispettivamente a Brescia e Bergamo, nascono come riviste locali rimandando ad un tema caro a Fernando Távora: “tanto più locale, tanto più universale”. Si è data voce ad opere di architettura intorno al format chiamato “ieri, oggi, domani” con l’idea di parlare del progetto di architettura prestando attenzione ad edifici del ‘900, contemporanei e con un occhio alle prospettive attraverso la pubblicazione di progetti o concorsi. Nei miei articoli spaziavo su differenti rubriche cercando di mettere in luce aspetti progettuali o di contenuto latenti, a seconda dei temi scelti di volta in volta.

Extemporary capsule_XXI Triennale di Milano_2016

Come nasce la “Extemporary Capsule” per la XXI Triennale di Milano?

Questo lavoro nasce dalla collaborazione con l’ESAD di Matosinhos con cui ho svolto anche i workshop ViewPort e Arena Self-made nel 2012. L’intenzione è stata quella di esporre il Portogallo sotto forma di microspazio con un alto valore simbolico. È il risultato di due momenti. La progettazione, avvenuta a dicembre dove è stato condiviso il progetto base scelto tra le tre proposte prodotte dai tre gruppi di studenti. A distanza di alcuni mesi è avvenuta la realizzazione in auto-costruzione svolta nei quattro giorni che hanno preceduto l’inaugurazione. Il risultato è stato uno spazio da attraversare capace di suscitare percezioni sinestetiche.

Extemporary capsule_XXI Triennale di Milano_2016

Cosa significa per te progettare nel paesaggio?

Il mio approccio alla progettazione paesaggista parte dal desiderio, forse un utopia, che ogni architettura dovrebbe essere nel e con il paesaggio. Cerco di spiegarmi. Non vi è in sé distanza tra l’opera dell’uomo e la natura, il territorio; nel tempo questa relazione ha subito pesanti e per certi versi irrimediabili contraccolpi, ma all’origine si basava su di un mutuo scambio. Non vi erano azioni deturpanti, per cultura [pensiamo a quella Greca, ma anche a quella Azteca] o per necessità ovvero non compromettere madre terra. Nel campo disciplinare che mi riguarda significa costruire in armonia a prescindere dai bisogni delle comunità, significa trasformare una supposta minaccia in opportunità, ascoltando il luogo. Credo che nella progettazione architettonico/paesaggistica non si debba mettere in discussione se fare o non fare una cosa, ma come farla. Credo che sia un po’ il tema di tutte le arti.

Progetto per un impianto di depurazione della Val Trompia_2014

Come è nato il progetto per il depuratore della Val Trompia?

In questa direzione è nato questo progetto. Una infrastruttura necessaria che nessun comune della Val Trompia voleva. Sono stato chiamato per dare una risposta – possibile e condivisibile ai più – ad una domanda scottante che le comunità locali lasciavano inevasa. Grazie ad un lavoro di equipe particolarmente prolifico si è giunti ad una soluzione che dal mio punto di vista è in grado di mediare, tramite una tipologia semi-ipogea analogia delle creste orografiche vicine, le necessità dimensionali e funzionali ad una parte del territorio particolarmente sensibile. Un progetto che vorrebbe essere anche un modello a possibili strategie, un modo inclusivo e non esclusivo di intendere la progettazione.

Puoi dare una definizione di “Paesaggi connessi”?

Beh, i paesaggi per loro natura sono connessi, non esistono sistemi ecologici, ambientali, paesaggistici che non siano connessi. Il paesaggio è senza soluzione di continuità ed inoltre, che sia urbano o territoriale, non può essere negato [non ci possiamo chiudere gli occhi], per questo l’azione che andiamo a fare è di alta responsabilità. Il progetto “Paesaggi connessi” nasce grazie alla passione dell’amico Carlo Laconi come contenitore sardo di azioni virtuose e condivise nella vostra magica isola.

Durante una conversazione mi hai detto che la casa deve essere come un abito. Vuoi chiarire meglio il tuo concetto di abitare?

Mi piace pensare che in qualche modo lo spazio che ci accoglie possa essere indossato. Lo spazio come dilatazione del nostro corpo. In questo senso abitare come abito, ma anche come interazione simbiotica tra noi e il luogo, sia esso casa, città o pianeta. In questo mutuo scambio non c’è sfruttamento, ma reciprocità. Da qui il rispetto per ciò che ci circonda, fatto di attenzione e sensibilità, che poi è la sostenibilità vista dalla prospettiva antropologica.

Cosa significa per te “Abitare minimo”?

Se vuoi passare da un’infrastruttura apparentemente fuori scala come il depuratore ad una micro – architettura il concetto non cambia. L’Abitare Minimo [che con il collega Massimiliano Spadoni stiamo indagando da quindici anni] appartiene storicamente a quel mutuo scambio tra umanità e terra; l’uomo si prendeva cura di quel pezzo di terra perché ne andava della sua sopravvivenza ed in cambio riceveva ciò di cui aveva bisogno per vivere dignitosamente. Oggi la piccola scala potrebbe essere recuperata dando continuità a questa tradizione, ma anche ripensando i modelli e le tipologie abitative al grido di: più piccolo è per tutti! A tal proposito il pensiero di Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, ha molto a che vedere con questo.

Mi-Bg 49 km visti dall’autostrada_Fondazione Dalmine_Bergamo_2015

Mi ha impressionato il lavoro di de-costruzione per l’ Esposizione “MI-BG – 49 Km visti dall’autostrada”: dalla citazione di Pasolini alla classificazione delle singole “parti” che compongono un’autostrada. Come si progetta un’opera del genere?

Nasce da un lavoro d’equipe, dal principio con il curatore generale, Andrea Gritti, poi con la collega Elena Fontanella che mi ha accompagnato nello sviluppo della sezione ed infine con le persone che hanno auto-costruito con noi l’installazione. Credo che l’efficacia del risultato stia nella combinazione di una serie di fattori, o “elementi” come recita la mostra, distanti nel tempo che trovano un nuovo spazio ed una nuova dimensione; ma credo anche che l’opera guardi al desiderio di mettere in forma ed accogliere i ricordi, gli oggetti, un modo di vedere cose già viste con altri occhi, un concetto intrinseco alla progettazione che mi interessa molto: come trasferire l’esperienza dello spazio nei progetti che facciamo?

RE-PALLETS_Brescia_2014

Vuoi parlare di Re-Pallets, opera realizzata a Brescia?

È uno dei workshops fatti con gli studenti dell’accademia LABA di Brescia e dà continuità ad una ricerca che sto portando avanti dal 2010 ovvero come fare un’installazione a costo ed impatto zero, un tema che riguarda l’utilizzo di moduli “presi a prestito” della filiera produttiva e che mette al centro l’auto-costruzione come strumento di cura di sé e del mondo che ci circonda.

Il filo dell’orizzonte_profilo Instagram
Il filo dell’orizzonte_profilo Instagram
Il filo dell’orizzonte_profilo Instagram
Il filo dell’orizzonte_profilo Instagram

Mi è piaciuta la serie di foto sul tuo profilo Instagram, dove parli del filo dell’orizzonte come luogo geometrico. E’ un concetto che fa parte del tuo modo di progettare?

Desideravo tornare a postare dopo una pausa durata più di un anno; il primo scatto ha sollecitato l’amico artista Antonio Rovaldi che ammiro e stimo; la sua reazione in qualche modo ha cristallizzato un percorso partito la scorsa estate che condividevo solo su Whatsapp. Probabilmente ci sono dei collegamenti con il mio approccio progettuale, vivere la mutazione continua della luce tenendo fisso un punto, anche se il lavoro ha avuto inizio da una riflessione diversa e cioè rileggere le immagini scattate con lo smartphone tenendo come riferimento la citazione trovata sui social “viviamo tutti sotto il medesimo cielo ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte”. C’è poi da dire che il “filo dell’orizzonte” lo leggo come cucitura tra me e il mondo, anche quello degli altri. Ho scoperto solamente una settimana fa che Antonio ha sviluppato nel 2015 il progetto artistico “Orizzonte in Italia” partendo dal desiderio di scoprire il nostro Paese, un bellissimo lavoro che dedica una parte importante alla Sardegna.

Cosa pensi della nomina a direttore di Domus di Winy Maas, dopo la direzione di Michele De Lucchi?

Vedo due tendenze nella carta stampata specializzata: una che predilige l’avvicendarsi quasi frenetico, una sorta di social che necessita di cambiamento più per soddisfare il treno in corsa digitale che per trovare i fondamenti per un reale cambiamento; l’altra che si rassicura con una stagnazione degna degli anni ‘80. Credo che né uno né l’altro facciano bene ad una condizione di arretratezza culturale che il nostro paese respira da più di trent’anni. Non so di cosa ci sia bisogno, forse di una spinta utopica [Push the sky away canta il poeta Nick Cave], ma sono sicuro quando penso che né una né l’altra sono utili alla nostra disciplina. Ci vorrebbe un chiodo, direbbe Sottsass, pensare al nostro operare come cosa fisica, svincolata dalle logiche di interesse economico, freni burocratici e dalle false preoccupazioni istituzionali. Non c’è interesse pubblico se non c’è bene pubblico.

Dopo il crollo del ponte Morandi si è sviluppato un dibattito (prevalentemente politico e mediatico) sulla ricostruzione. Qual è il tuo parere?

Credo che il segnale dato non sia stato dei migliori, perché ci si può fare un’idea sbagliata della progettazione architettonica, a partire dalla gratuità del progetto sino al fatto di poter progettare un’opera infrastrutturale così importante in un batter di ciglia. Non sono tanto gli aspetti ingegneristici ad impressionarmi, ma i risvolti paesaggistici che un progetto come questo porta con sé. È passato mezzo secolo dalla costruzione del Ponte Morandi,vorrà pur dire qualcosa? Credo anche che questi dibattiti non rappresentino la sostanza della professione, fatta di faticosi aggiustamenti quotidiani tra diverse discipline, committenti, figure professionali e amministrative.

Il progetto di ampliamento del Palazzo dei Diamanti di Ferrara è stato bloccato all’ultimo momento dal Ministro per i Beni e le Attività culturali (al momento dell’intervista Alberto Bonisoli) dopo l’opposizione di Vittorio Sgarbi…

La trovo un’ ingerenza, sia procedurale che professionale, mi pare l’ennesimo colpo basso populista e pre-elettorale ad una professione già duramente provata. Se nemmeno un concorso a due fasi con una giuria titolata e 80 partecipanti di respiro internazionale riesce a dare un segnale di cambiamento c’è poco da fare. Voglio dire che nonostante ci siano le condizioni per avere anche in Italia la qualità in ambito architettonico vi sono quasi sempre aspetti che esulano dall’ambito disciplinare. È un nostro problema culturale, in altri paesi sebbene esistano anche lì posizioni divergenti e casi limite, nella maggior parte dei casi non si inficiano procedure concorsuali dopo aver fatto lavorare amministratori e professionisti, è un dispendio da tutti i punti di vista che non valorizza il lavoro delle persone né il bene pubblico. Bisognerebbe istituire il Ministero dell’Architettura come è stato fatto in Francia e Olanda molti anni fa.

Pubblica 2018_Monumenti Aperti_Quartu Sant’Elena_Maggio 2018

Durante l’edizione di Pubblica dello scorso anno in contemporanea con la manifestazione Monumenti Aperti a Quartu Sant’Elena, hai tenuto un incontro pubblico in piazza per parlare di un monumento che non c’è: “Di Luce e di Aria – Campus Istituti Superiori”, progetto approvato undici anni fa che avrebbe dovuto accogliere in un’unica struttura moderna e funzionale l’Istituto tecnico commerciale, il Liceo Artistico e il Liceo scientifico di Quartu Sant’Elena. Cosa ci racconti? A che punto siamo?

Purtroppo non ci sono novità, le inerzie burocratiche ed amministrative non hanno ancora sbloccato il progetto con ricadute sociali ed economiche a più livelli. Quando il bando è stato lanciato vi erano tutte le condizioni per pensare davvero ad una buona conclusione dell’iter, due ministeri ed una amministrazione locale avevano unito le forze per dare un segnale di cambiamento socio-territoriale in ambito scolastico. A dieci anni di distanza non vi sono ancora certezze, ma non ci possiamo permettere il lusso di non sperare.

Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Di Luce e di Aria_Campus Istituti Superiori_2008_Quartu Sant’Elena
Paolo Mestriner_Pubblica 2018_Monumenti Aperti_Quartu Sant’Elena_Maggio 2018

Paolo Mestriner si occupa di progettazione nel paesaggio. Dopo aver studiato a Lisbona e Porto si è laureato nel 1993 al Politecnico di Milano. Già professore presso la Facoltà Architettura e Società del Politecnico di Milano, è docente di Temporary design lab presso la LABA di Brescia. Nel 1997 è membro del corpo docente del 1° Seminario Internazionale di progettazione nella Facoltà di Architettura di Porto. Nel 2000 fonda il suo studio a Brescia e vince numerosi concorsi di progettazione in Italia e all’estero. Accanto all’attività professionale svolge una intensa attività di ricerca  e didattica nell’ambito della progettazione paesaggistica e non solo, organizza corsi di specializzazione e master internazionali, cura mostre di architettura, pubblicazioni, riviste ed inserti culturali. Dal 2006 al 2011 è Direttore Master internazionale “Paesaggi Straordinari”. Nel 2008 è tra i fondatori dell’Associazione culturale Paesaggi Connessi che si occupa di azioni culturali sul paesaggio sardo. Ha svolto attività didattica presso numerose Università e Scuole di architettura in Italia ed all’estero. Dal 2004 sviluppa e approfondisce i temi legati all’abitare il paesaggio, culminati nell’esposizione Abitare Minimo avvenuta al Museo Maga di Gallarate nel maggio del 2012.